Il tempio della Dea

Il Tempio della Dea

Associazione di Promozione Sociale e Centro Ricerche per la Partnership

La Grande Dea Una e Multiforme e la cultura dell’Antica Europa

Le contemporanee riletture della storia riscritta dalle donne di saggezza danno ampio spazio all’analisi delle figure femminili e del ricco simbolismo ad esse collegato. Secondo queste interpretazioni, la simbologia femminile, soprattutto quella di tipo magico-religioso, avrebbe delle origini che si possono ricondurre alla cultura dell’Antica Europa, del Neolitico e Paleolitico.
È stato possibile effettuare queste connessioni grazie al materiale archeologico scoperto da studiose quali Marjia Gimbutas ed ai successivi studi fatti su questo materiale. L’opera più importante della Gimbutas, che raccoglie il risultato delle sue ricerche, è intitolata Il Linguaggio della Dea, mito e culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica.
Grazie alle indagini sulla rivoluzione agricola, allo studio dei miti, alle immagini ed ai reperti provenienti da numerosi luoghi del continente europeo e del bacino del Mediterraneo, agli scavi condotti in Anatolia (Catal Huyuk) e in Palestina (Gerico) e agli ulteriori contributi della genetica e della linguistica, Marjia Gimbutas riuscì ad allargare il nostro orizzonte culturale, approfondendone la conoscenza.

Il lavoro della Gimbutas è significativo proprio perché si occupa di analizzare il materiale archeologico attraverso uno studio comparato. L’archeomitologia, è lo studio dell’archeologia, comprensivo di mitologia, folklore, studio dei simboli e della religione.

Secondo l’archeomitologa, attraverso lo studio dei reperti e del loro contesto, si può pensare di decifrare il pensiero mitologico che è alla base dell’arte e della cultura prodotta dalle antiche civiltà. Grazie all’azione collaborativa di varie discipline, si è divenuti progressivamente in grado di comprendere la maggioranza degli antichi modelli europei, e medio-orientali, che sembrano costituire un sistema ideologico, unitario e persistente.

Questo sistema si può descrivere come una cultura mutuale o gilanica, ossia né patriarcale né matriarcale, basata su rapporti collaborativi, agricola, pacifica, con una religione naturalistica, incentrata sul culto di una Dea Madre della Terra (essa stessa è identificata con la Terra o la Natura) e di tutti gli esseri viventi.

Il materiale disponibile per lo studio dei simboli di queste civiltà abbonda, i siti archeologici più ricchi, che si sono conservati integri, sono di massima importanza per ricreare il contesto di queste società e culture. I reperti, i documenti storici, i miti, dimostrano che buona parte di questa cultura ha permeato la Grecia, l’Etruria e gran parte dell’Europa.

I reperti archeologici rappresentano la fonte per svelare la spiritualità e la cultura dei nostri antenati che precedettero gli indoeuropei di varie migliaia di anni. Le credenze delle popolazioni agricole riguardo la fertilità e la sterilità, il periodico bisogno di rinnovare i processi generativi della natura, sono tra le più presenti e durature.

Gli aspetti principali della religione del Neolitico si articolano intorno al concetto di Dea Madre, di divinità dell’abbondanza e della siccità, del positivo e del negativo, del maschile e del femminile, e più ampiamente di tutti i processi naturali.

Il tema centrale del simbolismo di questa Dea si dispiega nei misteri della nascita e della morte e nel rinnovamento della vita, non solo umana ma di tutto il cosmo. Simboli e immagini si raggruppano intorno alla Dea che si autogenera, ed è quindi definita partenogenetica, ed alle sue fondamentali funzioni di dispensatrice di vita, reggitrice di morte e rigeneratrice. Madre Terra, giovane e vecchia, nei suoi vari aspetti, dea della fertilità che garantisce la vita e la morte della vita vegetale e naturale, in questo sistema il tempo si configura come ciclico e non lineare.

L’arte incentrata sulla Dea, inoltre, con la sua singolare assenza di immagini guerresche e di dominio maschile, riflette un ordine sociale in cui le donne, come guide dei clan o sacerdotesse, svolgevano un ruolo fondamentale. L’antica Europa, il Medio-Oriente, l’Anatolia, Creta minoica possono essere definite società gilaniche cioè sistemi sociali equilibrati tra la componente maschile e quella femminile. Ciò viene confermato dallo studio della religione, della mitologia, del folklore, della struttura sociale di queste civiltà, di cui una continuità negli elementi formativi è anche riscontrabile nei successivi sistemi matrilineari nella Grecia minoica, in Etruria, nei Paesi Baschi in Irlanda e Scozia e in altri paesi europei, non solo in epoca preistorica, ma fino ai primi secoli dell’epoca definita storica.

La religione delle nostre antenate e antenati ci rivela la loro attenzione al mistero della vita e della morte, in un gran numero di rituali e di miti, intesi a sottolineare l’aspetto di rinascita e ciclicità anche nella morte; in essi ritroviamo l’associazione tra il femmineo e le forze che donano la vita. Sembra che il punto centrale fosse il legame della donna col potere di donare e sostenere la vita, ma nello stesso tempo anche la resurrezione.

Abbiamo, ad esempio, prove di riti funebri intesi a propiziare al defunto una rinascita, oltre che di riti propiziatori alla fecondità di piante e animali. Caverne tempio, statuette, sepolture particolari con conchiglie e terra rossa, tombe a tumulo rappresentanti il ventre della Dea, da cui tutti proveniamo e a cui tutti ritorniamo.

I riti performativi, inoltre, sembra fossero associati alla concezione che la vita umana, animale e vegetale abbia origine da una stessa sorgente: la Grande Dea onnidispensatrice e nel suo stesso grembo tutto ritorni dopo la morte per essere poi rimesso alla vita. Gli esseri umani e il loro ambiente naturale sono parti integranti e collegate del grande mistero della vita e della morte, per questo tutta la natura deve essere trattata con rispetto. Questo concetto viene evidenziato ed illustrato nelle statuette della Dea, circondata da simboli naturali, come animali, acqua e alberi, oppure essa è rappresentata in forma parzialmente animale.

Ciò che si trova ovunque è un abbondanza di simboli presi dalla natura, elementi apportatori di vita come il sole e l’acqua, teste di toro, vasi rituali a forma di cerva/o, uova, pesci, uccelli, serpenti, farfalle.
Centrale è anche l’evidente timore reverenziale, la meraviglia, per il grande miracolo della nascita che si incarna nel corpo della donna. Troviamo infatti rappresentazioni della Dea gravida o mentre partorisce, spesso accompagnata da leoni, leopardi o tori, la scelta di questi animali sta a sottolineare la forza primordiale insita nella capacità di dare la vita.
Nei dipinti murali, nelle statuette, vediamo immagini della Dea nelle sue varie forme di Vergine, Progenitrice, Creatrice, Signora delle acque, degli uccelli, degli inferi, o Madre Divina che culla i figli tra le proprie braccia. Il tema dominante dell’arte Neolitica è l’unità di tutte le cose nella natura personificata dalla Dea. La forza che governa l’universo è una Madre Divina, che dà vita alla sua gente, fornisce conforto materiale e spirituale, su cui si può fare affidamento anche nel momento della morte, quando si prenderà cura dei suoi figli, riportandoli nel proprio grembo cosmico.

Il principio femmineo però, non era sacralizzato da solo, fine a se stesso, l’aspetto cooperativo tra il principio femminile e quello maschile era profondamente sottolineato. Le due polarità erano così rappresentate: immagini della polarità femminile in tutti i suoi aspetti di fanciulla, vergine, sposa, madre, vecchia matura progenitrice. Quelle della polarità maschile negli aspetti di giovane uomo vigoroso, fratello, figlio, sposo, consorte della Dea, sia in forma di immagini antropomorfe che animali. Questi due aspetti interagivano costantemente.

La ragione del grande numero e della varietà delle immagini dell’Antica Europa consiste nel fatto che il suo simbolismo è lunare e ctonio, ossia collegato a un tipo di spiritualità legata alla terra e a ciò che in essa vive.
L’altro termine generale, oggi prevalente, usato per indicare la divinità preistorica è Dea Madre, questo termine viene spesso considerato limitativo, poiché è vero che vi sono immagini materne e protettrici della giovane vita, una Madre Terra e una Madre dei Morti, ma il resto delle immagini femminili non può essere compreso sotto il termine generale di Dea Madre.
Le Dee Uccello e Serpente, per esempio, non sono sempre madri, né lo sono molte altre immagini come la Dea Rana, Pesce o Porcospino, che incarnano i poteri di trasformazione. Esse impersonano la Vita, la Morte e la Rigenerazione; sono assai più che fertilità e maternità. Perciò si preferisce il termine Grande Dea, che descrive meglio l’inclusione di poteri creativi, distruttivi e rigeneratori.

Il termine Madre terribile, inoltre, necessita di una spiegazione. L’aspetto della Dea come avvoltoio o assassina è certo spaventoso, ma se osserviamo i simboli associati con l’aspetto di morte, vediamo che non sono isolati, ma si intrecciano con quelli che favoriscono la rigenerazione. La Dea Avvoltoio/Civetta/Corvo è sì annunciatrice di morte, ma ha sul ventre seni e labirinti che creano la vita, o è rappresentata da una forma triangolare (vulva), o a clessidra (doppio triangolo), con zampe di avvoltoio. Oppure è un ape o farfalla. A volte è rappresentata da grandi uccelli che trasportano il corpo e l’anima in altre dimensioni all’interno dei loro becchi.
Nel suo aspetto mortale essa è lo stesso Fato che dà la vita, ne determina la durata e se la riprende quando viene il momento. Fa questo perché controlla la durata del ciclo vitale; la Reggitrice della Morte non punisce gli uomini perché peccano; compie soltanto il suo dovere naturale. Non vi era divisione tra la Signora delle Piante e la Signora degli Animali; nessuna dea dominava separatamente le piante, o gli animali, o gli esseri umani. Il potere della Creatrice e Rigeneratrice di Vita era negli animali, nelle piante, nell’acqua, nei monti e nelle pietre, negli esseri umani. La Dea può essere anche uccello, cervo, orso, vaso, pietra eretta o albero.

La Dispensatrice di Nascita Antropomorfa era intercambiabile con le immagini dell’orsa, della cerva, dell’ alce. La protettrice della giovane vita, la Nutrice, si manifesta sia come essere umano, sia come uccello, serpente, orso. L’unità con la natura è particolarmente chiara in questo simbolismo.
Le Dee Serpente e Uccello sono custodi della famiglia, del clan (e molto più tardi della città, come Atena di Atene, i cui simboli erano l’uccello ed il serpente). Esse sovrintendono alla continuità dell’energia vitale, al benessere e alla salute della famiglia e all’aumento delle provviste di cibo.
L’associazione della dea Fato, che dispensa e accresce, con l’uccello acquatico, deriva dal fatto che gli uccelli furono anche la principale fonte di cibo del Paleolitico, mentre la pecora lo divenne agli inizi del Neolitico.
Le altre funzioni della Grande Dea riguardano la fertilità, la moltiplicazione e il rinnovamento. Si riteneva che il processo del risveglio stagionale, la crescita, l’ingrassamento e la morte apparentassero esseri umani, animali e piante, fossero correlati e si influenzassero reciprocamente.

Il potenziale di nascita e crescita della terra è in tutte le cose viventi. La gestazione o l’ingrassamento di una donna o di un animale erano considerati sacri, quanto la gestazione della terra prima della fioritura primaverile.
La Dea era, in tutte le sue manifestazioni, il simbolo dell’unità di tutte le forme di vita esistenti nella Natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nella tomba e nella caverna, negli animali e negli uccelli, nei serpenti e nei pesci, nelle colline, negli alberi e nei fiori. A questa classe di simboli appartengono anche le divinità maschili della vegetazione che nasce, fiorisce e muore: il dio giovane, forte e florido, e il dio vecchio, afflitto, morente.

Inoltre, alcune delle più antiche statuette della Dea non sono solo un ibrido di caratteristiche umane ed animali, ma spesso sono anche un ibrido tra aspetti maschili e femminili. Ciò vale per le statuette con colli e teste molto lunghi, più fallici, che emergevano da corpi di donna, o altre che, a seconda della posizione da cui le si osserva, rivelano entrambi gli elementi, o anche in cui il maschio e la femmina sono uniti insieme come gemelli. Molto spesso troviamo scolpite sul viso di queste statuette delle maschere che indicano l’attività rituale.

Queste immagini rivelano l’importanza del completamento reciproco dei due principi che ne raddoppia e materializza il potere, non solo nella vita biologica, ma anche in quella spirituale.

L’uso di questa simbologia ci rivela la consapevolezza del valore di azioni rituali in ruolo congiunto.
Per quanto il principio femminile, come simbolo principale del miracolo della vita permeasse l’ideologia e l’arte del Neolitico, anche il ruolo del giovane Dio, il figlio e consorte della Dea ha un ruolo costante nel miracolo principale della religione pre-patriarcale, il mistero della rigenerazione e della rinascita.

La funzione del principio maschile e di quello femminile, agenti in ruolo congiunto, si perpetua nei miti e nei rituali del Matrimonio Sacro e continuò ad essere celebrata nel mondo antico, fino in epoca patriarcale inoltrata.
Gli officianti di questi riti erano sia sacerdoti che sacerdotesse, le cerimonie erano destinate ad impartire all’iniziato un senso di unità mistica con le forze che governano l’universo.

Questa religione era allo stesso tempo politeista e monoteista; politeista in quanto la Dea veniva adorata con nomi differenti e sotto varie forme; monoteista nel senso che possiamo parlare di fede nella Dea negli stessi termini in cui parliamo della fede in Dio come entità trascendente.

Durante questo ciclo di millenni, enormemente più lungo del periodo storico che calcoliamo sui nostri calendari a partire dalla nascita di Cristo, nella maggior parte delle società dell’Europa e del vicino Oriente, si diede sviluppo alle tecnologie che miglioravano e implementavano la qualità di vita: coltivazione, caccia, pesca, addomesticamento, manifattura, tessitura, pianificazione urbanistica. Una volta gettate le fondamenta materiali e spirituali per una civiltà più progredita, fiorirono anche le arti. La norma sociale generale era la discendenza matrilineare, con la proprietà comune dei mezzi di produzione e la concezione del potere sociale come una responsabilità cooperativa. Veniva attribuito il massimo valore ai poteri di generazione, sostentamento e creazione, non di distruzione.

La Dea partenogenetica è stata la presenza più tenace nelle testimonianze archeologiche del mondo antico. In Europa essa dominò per tutto il Paleolitico e il Neolitico, e nell’Europa Mediterranea per la maggior parte dell’Età del Bronzo.

La fase seguente, quella degli dei guerrieri, pastorali e patriarcali che, soppiantarono, o assimilarono, questa tradizione precedente, rappresentò una fase intermedia, prima dell’era cristiana. Il risultato dello scontro tra le forme religiose dell’antica Europa e quelle straniere, indoeuropee, si vede nella detronizzazione delle antiche Dee europee, nella scomparsa di templi, suppellettili del culto e segni sacri, nella drastica riduzione delle immagini religiose nelle arti visive.

L’impoverimento cominciò nell’Europa centro-orientale ed interessò gradualmente tutta l’Europa centrale. Le isole egee, Creta e le regioni del Mediterraneo centrale e occidentale conservarono le antiche tradizioni europee ancora per alcuni millenni. Questa trasformazione, tuttavia, non fu una sostituzione di una cultura da parte di un’altra, ma una graduale ibridazione di due diversi sistemi simbolici. Alcune antiche tradizioni, in particolar modo quelle connesse con i rituali di nascita, morte e fertilità della terra, si sono protratte fino a oggi senza grandi cambiamenti, in alcune regioni; in altre furono assimilate dall’ideologia indoeuropea.

Dal V millennio a.C., si cominciano a trovare testimonianze di quello che Mellaart definisce un modello di disgregamento delle antiche culture neolitiche. I resti archeologici, a partire da quest’epoca, indicano chiari segni di pressione in molti territori, ci sono tracce di invasioni da parte di tribù di pastori guerrieri, di catastrofi naturali, a volte di entrambi, che causano distruzione e disordini su larga scala. S’instaura gradualmente un periodo di regressione e stagnazione culturale, durante questo periodo di caos crescente, lo sviluppo della civiltà giunge a un punto morto; ci vorranno altri duemila anni prima che la civiltà sumera ed egizia facciano la loro comparsa.

Anche nell’Antica Europa l’interruzione fisica e culturale delle società neolitiche che adoravano la Dea comincia nel I millennio a.C., con quelle che la Gimbutas definisce ondate migratorie di popoli Kurgan pastori delle steppe.
Queste incursioni ripetute, gli shock culturali, i mutamenti della popolazione, le catastrofi naturali, si concentrarono in tre spinte, 4300-4200 a.C., 3400-3200 a.C.; 3000-2800 a.c.

I Kurgan appartengono al ceppo linguistico che gli studiosi definiscono indoeuropeo o ariano, un tipo che in epoca moderna sarà idealizzato, da Nietzsche e da Hitler, come l’unica razza pura d’Europa. In realtà essi non erano autenticamente europei, poiché si riversarono in questo continente provenendo dal Nord-est asiatico ed europeo. Né erano autenticamente indiani, poiché in India vivevano i Dravidi e gli Ariani. Ma il termine indoeuropeo è rimasto, esso indica una lunga serie di invasioni di popolazioni nomadi provenienti dal nord dell’Asia e dell’Europa. Essi erano governati da potenti sacerdoti e guerrieri, portavano con sé i propri dei della guerra e delle montagne.

Gli Ariani in India, Ittiti e Mitanni nella Mezzaluna Fertile, Luvi in Anatolia, Kurgan in Europa, Achei e Dori in Grecia, imposero le loro ideologie e i loro stili di vita sulle terre e i popoli che avevano conquistato. La caratteristica comune era un modello dominatore dell’organizzazione sociale, un sistema sociale basato sul dominio maschile, sulla violenza, sulla gerarchia, sull’autorità, sulla tecnologia finalizzata all’arricchimento e sull’accumulo da parte dei più forti e alla distruzione dei sottomessi.
Sembra che la metallurgia del bronzo e del rame abbiano radicalmente cambiato il corso dell’evoluzione culturale in Europa e Asia minore, ma ciò che determinò questi mutamenti radicali non fu la scoperta di quei metalli, ma l’uso che ne venne fatto.
Secondo il paradigma prevalente, tutte le importanti scoperte tecnologiche debbono essere state fatte dall’uomo cacciatore o guerriero per migliorare la propria efficienza letale; perciò si è supposto che i metalli fossero usati innanzitutto e soprattutto per le armi. Tuttavia, le testimonianze archeo-logiche ci hanno dimostrato che il rame e l’oro erano già usati nel Neolitico per scopi religiosi, artistici ed anche pratici, come utensili.

Le tecnologie distruttive non erano priorità sociali per i coltivatori del Neolitico europeo, ma lo erano per le orde guerriere che li invasero, e fu in questo momento critico che i metalli svolsero il loro ruolo letale nel determinare la storia dell’umanità, non come mezzi per un generale progresso tecnologico, ma come armi per uccidere, saccheggiare, asservire.
Sembra indiscutibile che la guerra sia stata uno strumento essenziale per sostituire il modello mutuale con quello dominatore. Gli isolati periferici, cioè i popoli di pastori che vivevano nelle zone più impervie del globo, steppe e deserti, erano organizzati secondo valori sociali differenti.
Essi interruppero un lungo periodo di sviluppo costante guidato da un modello mutuale, e portarono con sé un sistema di organizzazione sociale totalmente diverso.
Alla base di ciò c’era il valore del potere che toglie la vita, invece di quello che la dà. Il potere simboleggiato dalla spada maschile che, come mostrano le incisioni nelle prime caverne Kurgan, essi adoravano, in una società governata da dei e uomini guerrieri, dove questo era il potere supremo.

Con la comparsa di questi popoli, e non come si dice talvolta, con la scoperta da parte dei maschi del proprio ruolo nella procreazione, la Dea e le Donne vennero ridotte al ruolo di consorti, concubine, schiave dell’uomo.
Gradualmente il dominio maschile, l’aggressività e l’asservimento delle donne, e degli uomini più miti, divennero la norma.
Le rappresentazioni di armi, incise su roccia, stele e pietre, che cominciano ad apparire soltanto dopo le invasioni Kurgan, le prime immagini che si conoscevano di dei-guerrieri indoeuropei, sono immagini astratte, in cui il dio viene rappresentato esclusivamente tramite le sue armi, o insieme alle armi, ai gioielli, all’animale divino cioè un cavallo o un cervo maschio, oppure alle corna, o da un sole al posto della testa, o da asce e alabarde al posto delle braccia.

Questa serie di immagini formano un corpus di concetti astratti e non più basati sulla natura. Le armi rappresentavano i poteri e le funzioni del dio e venivano adorate come rappresentazioni del dio stesso; la sacralità dell’arma è ben evidenziata in tutte le religioni indoeuropee. Questa idealizzazione dell’arma era accompagnata da un modo di vita che contemplava l’uccisione sistematica di altri esseri umani, la distruzione e il saccheggio dei loro averi e l’asservimento e lo sfruttamento delle loro persone.

Ci furono innovazioni radicali nelle pratiche di sepoltura e nella pianificazione degli insediamenti. Cominciano ad apparire abitazioni più sontuose, a differenza di altre più povere; le tombe dei capi dove venivano uccisi e sepolti insieme al capo, nel momento della sua morte, tutta la famiglia e i servitori, le sue ricchezze; le mura e le fortificazioni e le acropoli o i forti su collina sostituirono i vecchi insediamenti privi di mura. Le conquiste armate non solo troncarono l’evoluzione delle prime società, ma le trasformarono, ci fu una distruzione di case, templi, opere d’arte e manufatti, oltre che massacri.
Come risultato si avviarono reazioni a catena di mutamenti di popolazione. Iniziarono a crearsi le culture ibride, basate sulla sottomissione dei rimanenti gruppi e sulla loro rapida assimilazione all’economia pastorale, gerarchica, patrilineare.
Si verificò una devastazione fisica e un impoverimento culturale; le costruzioni simboliche che sostengono e rappresentano le strutture sociali imperniarono i loro valori sulla legge del più forte e sulla struttura gerarchica, attraverso una strategia di annientamento e di assorbimento ideologico o cooptazione dei simboli, ossia all’appropriazione da parte dei dominatori della simbologia dei dominati, loro completo ribaltamento o adattamento alle nuove concezioni dominanti.

Nell’antica Grecia un esempio dei più curiosi è la trasformazione di Atena, l’antica Dea Uccello europea, in una figura militarizzata con scudo e elmo. E la credenza della sua nascita dalla testa di Zeus, il dio indoeuropeo sovrano in Grecia.
Ma anche ciò sorprende solo fino a un certo punto: Zeus era rappresentato nel simbolismo indoeuropeo da un toro dio del tuono, e la nascita di Atena dalla testa di un toro non era altro che una reminiscenza della nascita da un bucranio, simulacro dell’utero nell’antico simbolismo europeo.

La Reggitrice di Morte, la Dea come rapace, venne militarizzata. Le raffigurazioni della Dea Civetta sulle stele di pietra acquisirono una spada, o daga, già durante l’Età del Bronzo in Sardegna, Corsica, Liguria, Francia, Spagna, Britannia.
La Atena greca, e le Morrigan e Badb irlandesi, sono note per comparire nelle scene di battaglia in forma di avvoltoi, cornacchie, gru o corvi.

Le Dee partenogenetiche che si autogeneravano senza il ricorso all’inseminazione maschile, si trasformarono gradualmente in spose e figlie, e furono erotizzate, legate al principio dell’amore sessuale, in risposta ad un sistema patriarcale e patrilineare.
Ad esempio, la Era greca divenne la sposa di Zeus. Inoltre, Zeus dovette sedurre (ma per maggior accuratezza storica bisognerebbe dire violentare) centinaia di ninfe e dee per affermare la propria autorità e identità.

In ogni parte d’Europa, la Madre Terra perse la capacità di generare la vita delle piante, senza rapporto sessuale con il Dio del Tuono o del Cielo, splendente nel suo aspetto primaverile.

La Dispensatrice della Nascita e della Vita, il Fato o i Tre Fati, rimasero, invece, notevolmente indipendenti nelle credenze di molte aree d’Europa. La Artemide greca, la Brigit irlandese e la Laima baltica, per esempio, non acquisirono nessuna delle caratteristiche di un dio indoeuropeo, né furono maritate a un dio. Laima, ad esempio, compare nei canti mitologici con Dievas, il dio indoeuropeo della luce del cielo, per benedire i campi e la vita umana: non come sua moglie, ma come dea di pari potere.
In epoca storica, un’eco del potere delle dee si riscontra nell’uso del termine regina, per quelle che non furono maritate a divinità indoeuropee, ma continuarono a esercitare di diritto il proprio potere. Erodoto scrisse della Regina Artemide ed Esichio definì Afrodite la regina. Diana, l’analogo romano della vergine Artemide, era invocata come regina. Anche il nome della dea Morrigan significa grande regina (mawr-regan).

Il culto della Dea a Roma e in Grecia rimase forte nei primi secoli della nostra era. Questo è il periodo dell’espansione della cristianità e dei culti egizi in tutto il mondo romano.

Il racconto più ispirato di tutta la letteratura antica si legge nell’Asino d’oro di Lucio Apuleio, vissuto nel II secolo d.C., il primo romanzo latino, dove Lucio invoca Iside dagli abissi della propria miseria. Quindi Iside appare e dice: “Io, madre di tutte le cose, signora di tutti gli elementi, principio di tutte le generazioni nei secoli, la più grande dei numi, la regina dei Mani, la prima dei celesti, archetipo immutabile degli dei e delle dee, a voi concedo di governare col mio assenso le luminose volte del cielo, le salutari brezze del mare, i lacrimati silenzi degli inferi; io la cui potenza, unica se pur multiforme, tutto il mondo venera con riti diversi, con diversi nomi”. Il testo è illuminante e contiene dettagli preziosi sul culto della Dea di circa duemila anni fa. L’invocazione di Apuleio è una testimonianza del fatto che le dee contavano ancora molto di più degli dei nei primi secoli della nostra era.

Nel mondo greco-romano, evidentemente, ciò che la religione ufficiale indoeuropea offriva non bastava. Si praticavano culti segreti, le religioni misteriche (eleusina, dionisiaca), chiare propaggini dell’antica Europa, che consentivano di sentire le esperienze religiose alla maniera antica.

Più tardi in epoca cristiana, la Dispensatrice della Nascita e la Madre Terra si fusero con la Madonna. Così non stupisce che nei paesi cattolici il culto della Madonna superi quello di Gesù.

La Vergine è ancora collegata con l’acqua della vita e le miracolose sorgenti curative, con gli alberi, con i germogli e con i fiori, con i frutti e con i raccolti. È pura, forte e giusta. Nelle sculture popolari della Madre di Dio, essa è enorme e potente, e tiene in grembo il piccolo Cristo.

Le antiche Dee europee compaiono nei racconti popolari, nelle credenze e nei canti mitologici d’Europa. La Dea Uccello, e l’Antropomorfa Dea Dispensatrice di Vita, continuano come Fato, o Fata, ed anche come anatra, cigno e ariete, apportatrici di fortuna e ricchezza. La Dea in quanto profetessa è un cuculo; in quanto madre primordiale è un cervo, o cerva, e un orso, o orsa (nella mitologia irlandese, greca, baltica, slava).

Il culto del serpente come simbolo dell’energia vitale, del rinnovamento ciclico e dell’immortalità, perdurò fino al XX sec. Il serpente, che va in letargo e si ridesta, metafora della natura che muore e si risveglia, è simbolo essenziale dell’immortalità e dell’energia vitale, non fu dimenticato né in Irlanda né in Lituania in questo secolo. La corona di un grosso serpente (Regina) rimane il simbolo della saggezza.

La presenza della Signora Bianca, la Morte, che è anche rapace e serpente velenoso, è presente in molti angoli d’Europa, immagini di una donna alta e magra vestita di bianco, che geme come una civetta, stride come un rapace e striscia come un serpente velenoso, vengono direttamente del Neolitico; come l’uso dell’osso e dei colori bianco e giallo, come simboli della morte nelle religioni indoeuropea e cristiana. Colei che uccide e rigenera, che sovrintende all’energia ciclica della vita, la personificazione dell’inverno e la Madre dei morti, fu trasformata in una strega della notte e della magia.

Al tempo della Grande Inquisizione fu considerata una seguace di Satana. La detronizzazione di questa Dea, la cui eredità fu raccolta da levatrici, profetesse e guaritrici, è segnata dal sangue ed è la maggior vergogna della Chiesa Cristiana. La caccia alle streghe dei secoli XV-XVII è uno dei più satanici eventi della storia europea, perpetrato in nome del Cristo. Le donne mandate a morte con l’accusa di stregoneria furono più di otto milioni.

Le vittime arse sul rogo o impiccate, furono per lo più semplici contadine che avevano appreso le tradizioni mediche, religiose e simboliche, ed i segreti della Dea, dalle madri o dalle nonne. Nel 1484, Innocenzo VIII, con bolla papale, denunciò la stregoneria come congiura organizzata dall’esercito del Diavolo contro il Sacro Impero Cristiano. Nel 1486, comparve il manuale del cacciatore di streghe, il Malleus Maleficarum, martello delle malvagie, massima autorità per il terrore e l’omicidio. Nonostante la demonizzazione della Dea, i ricordi di lei sopravvivono nelle fiabe, nei riti, nei costumi e nella lingua di tutti i popoli europei.

Alcune raccolte di fiabe, come quelle dei Fratelli Grimm, sono ricche di motivi preistorici che descrivono le funzioni della Dea e delle sue varianti: la Ragana baltica, la Baba Yaga russa, la Jedza polacca, la Morava serba, la Mari basca, la Morrigan Irlandese.
Non vi è dubbio che le immagini sacre ed i simboli dell’Antica Europa restano una parte vitale del retaggio culturale europeo, la cultura dell’Europa antica fu matrice di molte credenze e pratiche posteriori.

I ricordi di un lungo passato ginecentrico non possono essere cancellati, e non sorprende che il principio femminile abbia un ruolo formidabile nel mondo inconscio del sogno, in quello del mito e in quello della letteratura. Esso rimane, come suggerito dalla terminologia junghiana, il deposito dell’esperienza umana e una struttura del profondo. Per l’archeologo è una realtà storica abbondantemente documentata.

Per comprendere il tema che comunemente si condensa intorno ai nomi di Grande Madre o Dea è necessario prendere in considerazione un tempo molto antico.
Più si va indietro nel tempo, fino alle prime memorie, più emerge con costanza incredibile, che la prima immagine, concepita per dare una risposta alle domande di sempre, da dove veniamo, quale è stata l’origine della storia del gruppo, da quale prima fonte sono nate le persone, gli umani e gli animali o lo stesso paesaggio naturale, era un’immagine femminile. Le attribuzioni che accompagnano queste prime figure di creatrici, o antenate, sono connesse con il dare contestualmente alla vita le regole per il buon funzionamento del gruppo e le basi culturali (dal conto dei cicli lunari alla visione della ciclicità della vita e della morte dell’intero mondo esistente); l’atto di generare, o la figura del figlio, o figlia, che comincia a comparire in epoca più tarda. Sono corpi gravidi di energia potenzialmente creativa e sono simboli cosmogonici, non strettamente materni.

La Dea, la Madre, la prima donna che ha fatto venire al mondo un popolo ha anche dato le regole, affidandole alle sue creature perché seguissero, armonicamente e in sintonia con tutto il resto del creato, la via, il cammino da lei indicato, che avrebbe permesso all’umanità di proseguire nei migliori dei modi possibili, continuando l’opera di creazione.

Il tempio della Dea
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