Il tempio della Dea

Il Tempio della Dea

Associazione di Promozione Sociale e Centro Ricerche per la Partnership

Riane Eisler: Il Calice e La Spada

BRANI TRATTI DAL LIBRO:

-IL CALICE E LA SPADA-
di Riane Eisler

I°- I CONTRIBUTI DELL’ARCHEOLOGIA E DELLA MITOLOGIA NELLA RISCOPERTA DELLE ORIGINI DELLA CIVILTA’-

La ricerca delle origini della vita dell’uomo e della donna sulla terra e della loro evoluzione biologica, spirituale e sociale è la ricerca costante e principale degli studiosi di tutte le epoche. Nonostante gli sforzi perpetuati, ancora fino a pochi millenni fa si conoscevano soltanto gli ultimi 6000 anni di storia della civiltà umana, in particolare fino al quarto millennio a.C. per quanto riguarda le radici della civiltà occidentale.

A partire dagli anni ’20 del novecento alcuni archeologi e antropologi e storici quali ad es. Jane Harrison, iniziarono (anche grazie alle scoperte archeologiche) a considerare la storia della civiltà in una prospettiva più ampia, sia dal punto di vista temporale che storico-culturale. Riunendo testimonianze artistiche, archeologiche, religiose, sociologiche, storiche, linguistiche in una prospettiva olistica e omnicomprensiva, cercando di ricostruire nuovi modelli che si adattino meglio ai nuovi dati più accurati, donando una più accurata storia delle nostre origini culturali.

I risultati più eclatanti in questo senso però arrivano solo a partire dal 1940 grazie all’opera di una eminente archeologa americana Maria Gijmbutas. Grazie alle indagini sulla rivoluzione agricola, allo studio dei miti, alle immagini e ai reperti provenienti dai luoghi più disparati del continente europeo e del bacino del Mediterraneo, agli scavi condotti in Anatolia (Catal Huyuk) e in Palestina (Gerico) e agli ulteriori contributi della genetica e della linguistica si è riusciti a raddoppiare il nostro orizzonte culturale e ad approfondirne la conoscenza. Il lavoro della Gijmbutas è significativo proprio perchè si occupa di analizzare il materiale archeologico attraverso uno studio comparato di archeomitologia, un’ archeologia comprensiva di mitologia, folklore, studio dei simboli e della religione.

I simboli di rado sono astratti o fine a se stessi; i loro legami con la natura sono profondi e devono essere svelati attraverso lo studio del contesto e delle loro associazioni. In tal modo possiamo sperare di decifrare il pensiero mitologico che è alla base dell’arte e della cultura che questi studiosi hanno riscoperto. Nessun simbolo può essere trattato isolatamente; comprenderne le varie parti porta a comprendere il tutto e questo a sua volta a una maggior identificazione delle parti.

La prospettiva interdisciplinare delle ricerche sul sacro femminile si propone esplicitamente di identificare, attraverso l’azione collaborativa di varie discipline, tutti gli antichi modelli europei e medio-orientali che sembrano stare alla base di un sistema ideologico unitario e persistente. Questo sistema si può descrivere come una cultura gilanica ossia nè patriarcale nè matriarcale basata su rapporti collaborativi agricola, pacifica, con una religione naturalistica basata sul culto di una Dea Madre della Terra e di tutti gli esseri viventi.

Il materiale disponibile per lo studio dei simboli di queste civiltà abbonda, scarsa invece è stata l’attenzione ad esso dedicata. I siti più ricchi che si sono conservati integri, sono di massima importanza per ricreare il contesto di queste società e culture, per riscoprirne le divinità i riti e le funzioni loro associate. I rinvenimenti di Catal Huyuk in Anatolia risalenti dal 6400 a.C. al 5600 a. C. vennero compiuti da James Mellaart nel 1970, mentre quelli in Tessaglia dalla Gijmbutas nel 1974. I siti Europei, relativi allo stesso periodo antico, sono le aree sacre di sepoltura del Mesolitico e del Neolitico Antico nella zona del Danubio e in Jugoslavia a opera di Srejovic e Letica nel 1960. Inoltre una notevole sequenza di rinvenimenti in Bulgaria, Romania, Moldavia, Ucraina, dopo la seconda guerra mondiale ha rivelato tesori di sculture e ceramiche, ma anche templi risalenti dal V al VI millenio a.C. Nell’area Mediterranea, oltre ai grandi templi e alle tombe di malta, gli scavi in Sardegna hanno portato alla luce tombe sotterranee e rupestri, come anche gli ultimi ritrovamenti nell’arco Alpino, fonti di informazioni su rituali simboli. L’arte e i graffiti delle tombe megalitiche sulla costa atlantica dell’Europa occidentale e nord-occidentale e nelle isole britanniche hanno fornito preziose ipotesi conoscitive sulle credenze connesse a morte e rigenerazione.

I reperti archeologici non sono muti, parlano un proprio linguaggio e devono essere utilizzati perchè rappresentano la fonte per svelare la spiritualità e la cultura dei nostri antenati che precedettero gli indoeuropei di varie migliaia di anni. La maggior parte dei reperti è databile dal 6500 al 3500 a.c. nell’Europa Orientale e dal 4500 al 2500 a.C. nell’Europa sud-orientale, si ampliano fino al Paleolitico e nell’età del bronzo. Infatti anche se più evoluti e artistici dei precedenti, i ritrovamenti e i motivi dell’età del bronzo di Cipro, Creta, Thera-Santorini, Sardegna, Sicilia e Malta sono fonti estremamente utili per questo studio. Santuari, affreschi, ceramiche, pietre intagliate e sculture dei santuari minoici sono della qualità migliore che il vecchio mondo abbia prodotto. Documenti storici, miti e rituali dimostrano che buona parte di questa cultura ha permeato l’antica Grecia, l’Etruria e altre parti d’Europa.

Le credenze delle popolazioni agricole riguardo la fertilità e la sterilità, la fragilità della vita e la costante minaccia di distruzione, e il periodico bisogno di rinnovare i processi generativi della natura sono tra le più durature. Continuano a vivere nel presente, così come gli aspetti arcaici della Dea preistorica, nonostante il continuo processo di erosione dell’era storica. Trasmesse soprattutto dalle donne della famiglia europea, le antiche credenze si sono sottratte al processo di sovrapposizione dei miti indoeuropei e infine di quelli cristiani. La religione incentrata sulla Dea esisteva molto prima di quella indoeuropea e cristiana (che rappresentano un periodo relativamente breve nella storia dell’umanità) e ha lasciato un’impronta indelebile nella psiche occidentale.

La diversità centrale che differenzia e caratterizza la cultura della Dea da quelle indoeuropee ed europee successive è di natura ideologico-culturale ma si riflette fortemente nell’organizzazione sociale e materiale della vita dando vita a panorami esistenziali diversissimi se non opposti.

Il nodo storico di cui si occupano ricercatori come la Eisler o la Gijmbutas si articola intorno ad un’analisi comparata tra culture preistoriche (neolitiche) a modello mutuale e a modello dominatore.

Novemila o ottomila anni fa gli agricoltori del Neolitico svilupparono i propri modelli culturali nel corso di alcuni millenni; la ricerca del cibo lasciò il posto, in un sistema di vita pianificato alla produzione del medesimo e alla caccia,, ma non ci fu un cambiamento di rilievo nella struttura simbolica corrispondente, solo una graduale incorporazione di nuove forme e l’elaborazione di quelle vecchie. Ciò che impressiona non è la metamorfosi dei millenni ma la loro continuità dal Paleolitico in poi. Gli aspetti principali della Dea del neolitico, la generatrice di vita,rappresentata nella naturalistica posizione del parto, la dispensatrice e protettrice di vita o nutrimento, rappresentata come donna-uccello con seni e glutei prominenti, e la reggitrice di morte; insieme ai simboli di vulve, triangoli, seni, zig-zag, meandri, coppelle sono tutti simboli rintracciabili già dal 2500 a. C.

Il tema centrale del simbolismo della Dea si dispiega nel mistero della nascita e della morte e nel rinnovamento della vita, non solo umana ma di tutto il cosmo. Simboli e immagini si raggruppano intorno alla Dea che si autogenera e alle sue fondamentali funzioni di dispensatrice di vita, reggitrice di morte e rigeneratrice. Madre Terra, giovane e vecchia nei suoi vari aspetti, dea della fertilità che nasce e muore con la vita vegetale. Ella era l’unica fonte di tutta la vita che trae l’energia dalle sorgenti, dal sole , dalla luna e dalla terra umida per poi restituirla a tutti gli esseri. In questo sistema il tempo si configura come ciclico e non lineare. Nell’arte grafica tutto ciò viene indicato con segni dinamici: spirali a vortice e ritorte, serpenti attorcigliati e sinuosi, cerchi, crescenti lunari, corna, germogli. Il serpente era un simbolo di energia e rigenerazione.

La mentalità che ha prodotto queste immagini non potrebbe in alcun modo essere confusa con la visione del mondo pastorale indoeuropeo, con i suoi dei-guerrieri-cavalieri, sovrani del cielo che tuona o risplende o degli inferi paludosi, ideologia in cui le divinità femminili non sono creatrici ma creature avvenenti spose di dei celesti. L’arte incentrata sulla Dea, con la sua singolare assenza di immagini guerresche e di dominio maschile, riflette un ordine sociale in cui le donne come capo clan o sacerdotesse svolgevano un ruolo fondamentale.

L’antica Europa, il Medio-Oriente, l’Anatolia, Creta minoica possono essere definite società gilaniche cioè sistemi sociali equilibrati, né patriarcali né matriarcali, ciò viene confermato dall’analisi della religione, mitologia, folclore, struttura sociale di cui una continuità negli elementi formativi è anche riscontrabile nei successivi sistemi matrilineari nell’antica Grecia, in Etruria, a Roma, nei paesi baschi in Irlanda e Scozia e in altri paesi europei.

Mentre le culture europee trascorrevano un’esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a.C. una cultura Neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia e nel Mar Nero. Questa nuova forza cambiò il corso della preistoria europea. Questa cultura detta Kurgan (dal russo tumulo, tomba in cui venivano seppelliti i re-guerrieri) ha queste caratteristiche fondamentali: VII e VI millennio a.C., patriarcato, patrilinearità, agricoltura su scala ridotta, allevamento, addomesticamento del cavallo, posizione preminente del cavallo nel culto, fabbricazione di armi quali arco, freccia, daga, lancia. Elementi distintivi che si accordano tutti con quanto è stato ricostruito come fenomeno protoindoeuropeo dagli studi linguistici, filologici e di mitologia comparata, e che si oppongono alla cultura gilanica caratterizzata da un’agricoltura altamente sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche.

Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (cioè protoindoeuropei) misero fine all’antica cultura europea all’incirca tra il 4300 e il 2800 a.C., trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare a patrilineare.

Le regioni dell’Egeo e del Mediterraneo e come Thera, Creta, Malta e Sardegna, l’antica cultura europea fiorì dando luogo a una civiltà creativa e invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C. Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In realtà, molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini nella nostra arte e letteratura, motivi dio grande suggestione nei nostri miti e negli archetipi dei nostri sogni.

La maggior parte di ciò che abbiamo imparato a considerare come parte della nostra evoluzione culturale e in realtà frutto di un interpretazione che è stata spesso e volentieri proiezione dell’idea del mondo prevalente. E’ necessario tenere conto del punto di vista nella costruzione delle teorizzazioni. Molto spesso l’interpretazione del materiale archeologico e storico disponibile, molto frammentario ha portato gli studiosi a costruire teorie sull’organizzazione sociale protostorica e preistorica (aggiungerei anche storica) interpretando le nuove scoperte in modo da poterle adattare ai vecchi modelli teorici cadendo in una proiezione di stereotipi piuttosto che in un’analisi logica basata sull’osservazione. Probabilmente non saremo mai completamente certe-i dell’esatto significato che queste società attribuivano ai loro dipinti, statuette, simboli, ma il potere evocativo di quest’arte è divenuto leggendario poiché offre una spontaneità di visione eclatante e rivela tradizioni psichiche che dobbiamo capire se vogliamo comprendere non solo ciò che erano e sono gli esseri umani, ma anche ciò che potrebbero diventare.

Possiamo, senza compiere forzature sul materiale, considerare l’intera arte figurativa del paleolitico e neolitico come un’espressione di concetti sull’organizzazione naturale e soprannaturale del mondo vivente e aggiungere che questi popoli conoscevano la divisione del modo animale e umano in metà contrapposte ma complementari e ritenevano che l’unione di queste due metà regolasse l’organizzazione degli esseri viventi. Questa era l’importanza che i nostri progenitori attribuivano all’esistenza dei due sessi.

L’insieme di concetti che emergono dall’analisi dei reperti e dei simboli erano l’espressione dei tentativi dei nostri progenitori di capire il mondo, di rispondere agli interrogativi universali dell’uomo: da dove veniamo quando nasciamo e dove andiamo quando moriamo, ma anche da quali energie è regolata la nostra vita sulla terra.

Contemporaneamente al primo manifestarsi della coscienza del rapporto tra l’individuo e gli altri esseri umani, gli animali, e il resto della natura, deve essere sorta anche la consapevolezza del solenne mistero e anche dell’importanza pratica del fatto che la vita abbia origine da un corpo femminile. Sembra evidente che il dimorfismo, cioè la differenza di forma tra le due metà dell’umanità, abbia avuto un profondo effetto sui sistemi di fede. Sembra altrettanto logico che la constatazione che la vita umana e quella animale sono generate dal corpo femminile, e che il corpo della donna, come le stagioni e la luna, segue dei cicli, abbia portato le nostre antenate e i nostri antenati a considerare femminili anziché maschili, i poteri del mondo che danno e mantengono la vita.

Invece che essere materiali, casuali e sconnessi, i resti paleolitici e neolitici sembrano essere le prime manifestazioni di quella che in seguito sarebbe diventata una religione complessa incentrata sul culto della Dea Madre, originatrice e rigeneratrice di tutte le forme di vita.

Questo culto della Dea Madre è sopravvissuto fino in epoca storica nella figura composita della Magna Mater del mondo medio-orientale e greco-romano. Questa continuità religiosa è facilmente riconoscibile in divinità ben conosciute come Iside, Nut e Maat in Egitto; Ishtar, Astarte e Lilith nella Mezzaluna Fertile; Demetra e Kore, Era, Atena, Artemide, Ecate in Grecia; Artargatis, Cerere, Cibele, Minerva,Diana a Roma. Persino in epoca successiva nella tradizione giudeo cristiana la Regina del Cielo, nella tradizione cabalistica ebraica la Shekkina, in quella baltica Laima e Ragana, la russa Baba Yaga, la basca Mari, la cattolica Vergine Maria Santa Madre di Dio.

Viene nuovamente da chiedersi perchè se questi collegamenti sono tanto ovvi, essi siano stati per tanto tempo minimizzati o del tutto ignorati, dalla letteratura archeologica tradizionale e dall’attenzione accademica e generale. Un primo motivo è che queste realtà non si adattano al modello protostorico e preistorico(ma anche storico) di una forma di organizzazione sociale e culturale incentrata sul maschio e da esso dominata. Un secondo motivo è che solo in epoca molto tarda (1940 in poi) vennero fatte le scoperte archeologiche più importanti

Questa nuova concezione della preistoria è il risultato di un profondo mutamento dei metodi di ricerca archeologici e dell’importanza che essi hanno assunto. L’archeologia come scienza risale alla fine dell’ottocento; anche allora i primi scavi archeologici, pur motivati dalla curiosità intellettuale per il nostro passato, avevano un fine principale non dissimile dal saccheggio delle tombe: l’acquisizione di tesori antichi per conto dei musei d’Inghilterra e Francia e delle altre nazioni colonialiste. L’idea dello scavo archeologico come mezzo per ricavare il massimo di informazioni su di un sito, a prescindere dal suo contenuto di tesori archeologici prese piede solo più tardi. In pratica, solamente dopo la seconda guerra mondiale, l’archeologia iniziò a essere riconosciuta come un’indagine sulla vita, il pensiero, la tecnologia e l’organizzazione sociale. Oggi gli scavi archeologici sono sempre più condotti da squadre condotti da squadre di scienziati, zoologi, botanici, climatologi, antropologi, paleontologi, archeologi, non più da esploratori o studiosi solitari. Questo approccio interdisciplinare caratterizza gli scavi più recenti (come quello di Mellaart a Catal Huyuk) ci sta offrendo una conoscenza molto più accurata della preistoria. C’è stato un drammatico riesame della successione cronologica, che ha modificato radicalmente le opinioni esistenti sulla preistoria. Ora sappiamo che l’agricoltura e l’addomesticamento di animali e piante risalgono ad un epoca molto più antica, la rivoluzione agricola o del Neolitico inizia dal 9000 all’8000 a.C., cioè più di diecimila anni fa.

Gli inizi della cosiddetta civiltà occidentale sono più antichi di quanto si ritenesse in precedenza., questa consapevolezza sta comprensibilmente producendo una quantità di nuovi studi con un intenso riesame delle teorie archeologiche del passato. L’aspetto più importante, ma anche quello più trascurato è quello delle implicazioni sociali e culturali, della portata trasformativa che queste scoperte di materiali e di concetti posseggono.

Sebbene per alcuni archeologi e per la gente comune, come anche nei libri di storia troviamo ancora indicata la Sumeria come “culla della civiltà”; oggi sappiamo che non c’è stata solo una ma tante culle, in Medioriente e nell’Antica Europa, tutte risalenti a diversi millenni prima, cioè al Neolitico. Inoltre altro fatto straordinario ma trascurato è la presenza in queste civiltà di un ideologia ginecentrica e ugualitaria che contraddice l’abituale atteggiamento degli storici che ci hanno abituato a considerare parte della “natura umana” realtà come il dominio maschile, lo schiavismo, la proprietà privata. E’ un’ opinione molto radicata nonostante l’evidente rilevanza del bisogno universalmente riconosciuto nel nostro tempo di una generale trasformazione delle coscienze e di un effettiva epoca di armonia, di pace, di chiarezza morale e intellettuale, in consonanza con le energie creative della natura, come nel periodo preistorico di circa quattromila anni che ha preceduto i cinquemila di quello storico caratterizzato da conflitti e contese tra uomini, tra uomini e donne, tra nazioni.

II°- LA STORIA PRIMA DELLA STORIA: SISTEMI SOCIALI A MODELLO DOMINATORE HANNO SOSTITUTO SISTEMI SOCIALI A MODELLO MUTUALE CONTRIBUENDO A MODIFICARE L’ORIGINARIO ORIENTAMENTO DELLE CIVILTA’ ANTICHE –

Riane Eisler nell’opera “Il Calice e la spada, fa un riesame delle conoscenze emerse dai nuvi ritrovamenti archeologici, sottolineando che ci possono essere società in cui diversità non implica necessariamente inferiorità o superiorità. La Eisler fa un riesame della società umana secondo una visione olistica dei sessi e formula una nuova teoria dell’evoluzione culturale.

Esistono due modelli base di società: il primo è quello dominatore cioè quello che viene comunemente detto patriarcale o matriarcale e cioè il predominio di una metà dell’umanità sull’altra; il secondo è quello mutuale, in cui le relazioni sociali si basano principalmente sull’unione e sulla collaborazione, dove diversità non significa né inferiorità né superiorità.

Le società preistoriche, a cui possiamo associare l’immagine del calice contenitore di vita e nutrimento, erano ovviamente costituite sia da uomini che da donne con i loro limiti e caratteristiche; ma il problema fondamentale non è il fatto di essere maschio o femmina ma è l’uso che il sistema sociale fa del potere. Ad esempio a partire dalla conquista indoeuropea ciò che viene idealizzato è il potere della spada, la virilità, la violenza, il dominio.

Per molta gente è impossibile credere che possa esistere un modo diverso di strutturare la società umana, molti vivono nella non coscienza che il sistema simbolico è una costruzione teorica ed assumono come naturali aspetti che in realtà sono culturali.

Per secoli abbiamo vissuto in un sistema simbolico che ci ha imposto con la fede o con la forza la sottomissione ad un’idea forte astratta quale può essere quella di spada, potere, nazione, dominio,patriarca (che di base è l’idea di Padre in tutte le sue accezioni di dominio, Dio Padre, idea di Nazione ecc.). Tutto ciò che è diverso da ciò che viene assunto come centrale in questa costruzione di pensiero gerarchica viene considerato inferiore, secondario.

Alla base del fatto che la maggioranza delle persone dà per scontato, immutato e immutabile il sistema simbolico, storico e sociale in cui vive ci sono molti fattori, quali l’ignoranza, la mancanza di conoscenza, la pigrizia intellettuale, l’incapacità di porsi delle domande ma anche l’impossibilità di trovare delle risposte per la mancanza di una tradizione alternativa.

Ci sono stati, oltre che uno studio secolare della civiltà a senso unico, vista più come storia dell’uomo e delle “gesta dei grandi uomini” e quindi la costruzione di una storia incompleta, monca; anche una spesso volontaria cooptazione, manipolazione dell’informazione storica a fini politici, economici, religiosi, comunque diversi da quelli di una ricerca intellettuale onesta.

La mancanza di un background e di una tradizione più ampi, che comprendano gli aspetti più trascurati e soprattutto un’attenzione maggiore sulla metà femminile dell’umanità, posta sempre in secondo piano, a cui non è mai stata riconosciuta una dignità intellettuale, storica oltre che pratica, ci ha consegnato l’immagine di una storia dell’umanità faziosa e comunque limitata.

E’ importante riflettere sulle conseguenze che ha il modo in cui organizziamo i rapporti fra le due metà dell’umanità, quella maschile e quella femminile, sulla totalità di un sistema sociale. La maniera in cui si strutturiamo il più importante dei rapporti umani, senza il quale la nostra specie non potrebbe esistere, esercita un’influenza determinante sulle vite individuali, sui ruoli quotidiani e sulle scelte di vita, sulle istituzioni, sui valori e sul corso della nostra evoluzione culturale.

Utilizzando i modelli di organizzazione sociale dominatore e mutuale per l’analisi del nostro presente e nostro futuro potenziale, possiamo iniziare a superare le consuete dicotomie tra destra e sinistra, capitalismo e comunismo, religione e laicismo, maschilismo e femminismo, comprendendo il quadro più ampio che deriva da una considerazione onnicomprensiva della realtà. Un altro elemento importante da considerare in questa analisi è l’istinto alla conservazione insito negli esseri umani, insieme al bisogno di unione. Questi impulsi evolutivi della nostra specie per la sua salvezza ci stimolano anche ad avere coscienza della necessità di trasformare il sistema tuttora persistente da dominatore a mutuale.

Il modello dominatore dell’organizzazione sociale sembra non contribuire all’evoluzione ed è evidente che si sia dimostrato distruttivo come sistema nelle sue ripercussioni sull’umanità e sulla natura, e che abbia ormai raggiunto limiti logici.

E’ necessario capire che esistono alternative differenti e incentrare la ricerca su una ricerca d’azione; non soltanto una ricerca di ciò che era, è o potrà essere la nostra evoluzione culturale, ma anche un tentativo di capire in che modo possiamo intervenire consapevolmente ed efficacemente su di essa.

Anche i concetti di tecnologia e di evoluzione vanno liberati dalle valenze dominanti o gerarchiche, c’è un tipo di tecnologia che arricchisce e sostiene la vita, come c’è n’è uno che la distrugge e la domina; come c’è una concezione di evoluzione usata come sinonimo di progresso dai livelli più bassi ai più alti in una prospettiva gerarchica o di passaggio lineare, e una che si basa su un progresso olistico. Bisogna porre maggiore attenzione all’uso sia ideologico che pratico di questi concetti. La realtà è composita e non può essere ridotta ad uno schema lineare e uno studio olistico dell’evoluzione culturale che comprenda tutto l’arco della storia umana e le due metà dell’umanità ci fornisce i dati mancanti che non si trovano nelle fonti convenzionali.

Il modello dell’organizzazione sociale deve essere risolto dall’interno in un percorso alternativo costruito dagli esseri umani come co-creatori della loro evoluzione.

Analizziamo ora gli elementi principali che costituivano il modello dell’organizzazione religiosa e sociale delle antiche civiltà della Dea, paragonandole in seguito a quelle indoeuropee o Kurgan. Gli ambiti in cui possiamo riscontrare questi elementi sono la tradizione artistica (poiché l’arte è una forma un codice che esprime simbolicamente) e la tradizione sacra. L’arte e la tradizione sacra possono essere viste come le espressioni delle istanze psichiche dell’umanità.

La religione dei nostri progenitori ci rivela la loro attenzione al mistero della vita e della morte in un gran numero di rituali e di miti intesi a sottolineare l’aspetto di rinascita e ciclicità anche nella morte, in cui ritroviamo l’associazione tra il femminile e le forze che donano la vita. Sembra che il punto centrale fosse il legame della donna col potere di donare e sostenere la vita, ma nello stesso tempo anche la resurrezione.

Abbiamo prove di riti funebri intesi a far ritornare il defunto tramite una rinascita, oltre che di riti propiziatori alla fecondità di piante e animali. Caverne tempio, statuette, sepolture particolari con conchiglie e terra rossa, ecc e riti performativi, sembra fossero associati alla concezione che la vita umana , animale e vegetale abbiano origine da una stessa sorgente la Grande Dea Madre onnidispensatrice e nel suo stesso grembo ritornino dopo la morte per essere poi rimessi alla vita . Noi e il nostro ambiente naturale siamo parti integranti e collegate del grande mistero della vita e della morte e per questo tutta la natura deve essere trattata con rispetto. Questa coscienza evidenziata nelle statuette della Dea circondata da simboli naturali come animali, acqua e alberi, oppure essa stessa in forma parzialmente animale. Centrale è anche l’evidente timore reverenziale, la meraviglia per il grande miracolo della nascita che si incarna nel corpo della donna, temi fondamentali nei sistemi di fede preistorici dell’occidente. Ciò che si trova dappertutto è un abbondanza di simboli presi dalla natura, elementi apportatori di vita come il sole e l’acqua, teste di toro, vasi rituali a forma di cerva-o, uova, pesci, uccelli, serpenti, farfalle (simboli di metamorfosi). Ovunque nei dipinti murali, nelle statuette, vediamo immagini della Dea nelle sue varie forme di Vergine,Progenitrice, Creatrice, Signora delle acque, degli uccelli, degli inferi, o Madre Divina che culla i figli tra le proprie braccia. Il tema dominante dell’arte neolitica è l’unità di tutte le cose nella natura personificata dalla Dea. La forza che governa l’universo è una madre divina, che dà vita alla sua gente, fornisce conforto materiale e spirituale, su cui si può fare affidamento anche nel momento della morte, quando si prenderà cura dei suoi figli riportandoli nel proprio grembo cosmico. Un altro tema ricorrente è l’associazione della Dea alle acque primordiali, forza dispensatrice di vita dell’acqua, del latte, della pioggia. Troviamo rappresentazioni della Dea gravida o mentre partorisce, spesso accompagnata da leoni, leopardi o tori.

Il principio femminile non era sacralizzato da solo, fine a se stesso, ma era profondamente sottolineato l’aspetto cooperativo tra il principio femminile e quello maschile. Le immagini della polarità femminile in tutti i suoi aspetti fanciulla, vergine, sposa, madre, vecchia matura progenitrice, e quelle della polarità maschile negli aspetti di figlio, giovane uomo vigoroso, fratello, sposo-consorte della Dea Madre.

I rituali e i simboli usati tendono a sottolineare l’importanza della cooperazione e del rispetto per la vita, senza operare una distinzione tra il sacro e il profano, tra la vita e la sua stessa sacralità.

I simboli del toro e delle corna del toro hanno una posizione centrale nei Templi neolitici dell’Anatolia, dell’Asia Minore, dell’Antica Europa e successivamente nelle immagini minoiche e micenee. Sono simboli del principio maschile, proprio come le rappresentazioni di falli e cinghiali che fanno la loro comparsa più tardi in Europa.

Inoltre, alcune delle più antiche statuette della Dea non sono solo un ibrido di caratteristiche umane ed animali, ma spesso sono anche un ibrido tra aspetti maschili e femminili. Ciò vale per le statuette con colli e teste molto lunghi, più fallici, che emergevano da corpi di donna, o altre statuette che, a seconda della posizione da cui le si osserva, rivelano entrambi gli elementi, o anche statuette in cui il maschio e la femmina sono uniti insieme come gemelli. Inoltre molto spesso troviamo scolpite sul viso di queste statuette delle maschere che indicano l’attività rituale. Queste immagini rivelano l’importanza del completamento reciproco dei due principi che ne raddoppia e materializza il potere non solo nella vita biologica, ma anche in quella spirituale in cui l’uso di questa simbologia ci rivela la consapevolezza del valore di azioni rituali in ruolo congiunto.

Insomma per quanto il principio femminile, come simbolo principale del miracolo della vita permeasse l’ideologia e l’arte del Neolitico, anche il ruolo del giovane Dio, il figlio e consorte della Dea ha un ruolo costante nel miracolo principale della religione pre-patriarcale, il mistero della rigenerazione e della rinascita. La funzione di questi due principi nei miti e nei rituali delMatrimonio Sacro continuò ad essere celebrata nel mondo antico, fino in epoca patriarcale inoltrata (ierogamia, nozze mistiche, gnosi, ravvisiamo elementi anche nella prima dottrina di Cristo).

E’ dimostrato che gli officianti di questi riti erano sia sacerdoti che sacerdotesse e le cerimonie erano destinate a impartire all’iniziato un senso di unità mistica con le forze sia benevole che incontrollabili che governano il mondo. Esse erano destinate a dare all’individuo e alla comunità un senso di partecipazione e di controllo su quei processi della natura che danno e mentengono la vita, oltre che a controllare gli elementi più ignoti. La funzione primaria delle forze misteriose che governano l’universo non è quella di ottenere ubbidienza, punire o distruggere ma di elargire.

L’arte in particolare quella mitologica o religiosa riflette non solo gli atteggiamenti di un popolo, ma anche la sua peculiare forma di cultura e di organizzazione sociale.

Questa religione era allo stesso tempo politeista e monoteista; politeista in quanto la Dea veniva adorata con nomi differenti e sotto varie forme; monoteista nel senso che possiamo indubbiamente parlare di fede nella Dea, negli stessi termini in cui parliamo della fede in Dio come entità trascendente.

La religione del Neolitico, come le ideologie religiose e secolari successive esprimeva la visione del mondo del suo tempo. Nel Neolitico a capo della Sacra Famiglia c’era una donna: la Grande Madre nei suoi vari aspetti, anche i componenti maschili di questo pantheon, il suo consorte, fratello e figlio, erano divini. Come ad es. a capo della sacra famiglia cristiana c’è un Padre Onnipotente, il secondo maschio è Gesù Cristo che è un altro aspetto della divinità, poi c’è lo Spirito Santo neutro. In questa trinità esclusivamente maschile, che riflette l’ordinamento sociale patriarcale, l’unica donna considerata santa ma non immortale e divina è Maria la vergine santa (unico riconoscimento di aspetto divino nella formula Maria Santa Madre di Dio)

Le religioni in cui la sola, o più potente divinità è maschile tendono a riflettere un ordinamento sociale a discendenza patrilineare (discendenza paterna) e a domicilio patrilocale (la moglie va a vivere con la famiglia o il clan del marito). Viceversa, le religioni in cui la divinità principale è femminile tendono a riflettere un ordinamento sociale in cui la divinità principale è femminile tendono a riflettere un ordinamento sociale a discendenza matrilineare (successione materna) e a domicilio matrilocale (il marito va a vivere con la famiglia o il clan della moglie e spesso il fratello della donna viene considerato più importante dello sposo poiché veniva generato dallo stesso ventre materno).

I dati archeologici indicano che la società pre-patriarcale nella sua struttura generale era notevolmente ugualitaria sebbene si trattasse di società matrilineari, in cui le donne come sacerdotesse e capi clan, svolgevano un ruolo centrale in tutti gli aspetti della vita, ci sono poche indicazioni che la posizione degli uomini in questo sistema sociale fosse in qualche modo paragonabile alla subordinazione e alla repressione delle donne tipica del dominio maschile che lo sostituì.

La disputa sull’esistenza o meno del matriarcato in tempi remoti, sembra dipendere più dal nostro paradigma prevalente che da una qualunque testimonianza archeologica. Nella nostra cultura costruita sull’idea di gerarchia e di classificazione e sul concetto di gruppi contrapposti, vengono enfatizzate le differenze rigide, o polarità. Il nostro è un pensiero dicotomico “se non è questo è quello”, che fin dall’antichità, secondo i filosofi, avrebbe potuto portare a un travisamento della realtà.

Anche se consideriamo da un punto di vista strettamente analitico o logico la supremazia della Dea, e con essa l’importanza dei valori simbolizzati dai poteri di nutrimento e rigenerazione che s’incarnano nel corpo femminile, non si giustifica la deduzione che a quel tempo le donne dominassero gli uomini. Anche se le donne svolgevano un ruolo forte e importante nella vita e nella religione della preistoria, non per questo gli uomini dovevano necessariamente essere considerati e trattati come sottoposti. Tanto gli uomini che le donne erano figli della Dea, oltre che figli delle donne a capo delle famiglie e dei clan. E se ciò sicuramente dava grande potere alle donne questo potere doveva essere più vicino alla responsabilità e all’amore che all’oppressione, al privilegio, alla paura. Una concezione dell’autorità molto differente da quella che tuttora prevale. Certo non sempre ci si atteneva a questa idea del potere come elargizione, poiché queste erano società di gente in carne e ossa, non utopie. In ogni caso questa concezione dell’autorità era l’ideale normativo, il modello da emulare per uomini e donne, una società mutuale in cui nessuna delle due metà dell’umanità domina l’altra, e in cui diversità non è sinonimo di inferiorità o superiorità. La direzione dell’evoluzione culturale, e quindi anche il fatto che un sistema sociale diventi bellicoso o pacifico dipende dal tipo di struttura sociale mutuale o dominatore che si possiede.

Al contrario dell’arte dei periodi successivi, nell’arte neolitica si nota una marcata assenza di immagini che idealizzino la potenza armata, il potere basato su crudeltà e violenza, non esistono immagini di nobili guerrieri, scene di battaglia, di conquista, di schiavismo.

E’ manifesta l’assenza di sontuose sepolture di capi tribù e altra differenza rispetto alle successive società a modello dominatore non troviamo grandi depositi di armi, o altre tracce che indichino un’intensa applicazione della tecnologia delle armi. Sono assenti le fortificazioni militari che cominciano probabilmente a fare la loro comparsa molto gradualmente, probabilmente in risposta alle pressioni delle bellicose bande nomadi.

Nè la Dea, nè il suo figlio-consorte, portano gli emblemi che abbiamo imparato ad associare alla potenza: lance, spade o folgori, simboli di un sovrano terrestre e di una deità che esige obbedienza. Mancano le immagini di governante-governato, padrone-sottoposto, così tipiche della società dominatore. Ciò che si trova dappertutto è un ricco spiegamento di simboli presi dalla natura, l’intera vita era permeata da una fede ardente nella Dea della natura, fonte di ogni creazione e armonia; armonia diffusa tra uomini e donne che partecipavano alla vita da pari più orientati ad una coesistenza pacifica. Inoltre uno schietto apprezzamento delle differenze sessuali e del piacere consolidarono un senso di reciprocità tra donne e uomini in quanto individui, riducendo e sublimando la loro aggressività grazie a una vita sessuale libera ed equilibrata. La creatività e l’amore per la vita, insieme agli atteggiamenti liberati verso il sesso, sembra abbiano contribuito allo spirito generalmente armonioso e pacifico che caratterizzava una società culturalmente e tecnologicamente avanzata. Tutti questi elementi sono molto chiari nella società della Creta Minoica.

Ci hanno insegnato che la storia dell’uomo si svolge in un arco di tempo misurato in secoli. Ma il periodo precedente, assai diverso, si misura in millenni. Con il Paleolitico torniamo indietro di oltre 30.000 anni. La rivoluzione agraria del Neolitico risale a 10.000 anni fa. Catal Huyuk a 8500 anni fa e Creta cadde solo 3200 anni fa. Durante questo ciclo di millenni, enormemente più lungo del periodo storico che calcoliamo sui nostri calendari a partire dalla nascita di Cristo, nella maggior parte delle società dell’Europa e del vicino Oriente si diede sviluppo alle tecnologie che miglioravano e implementavano la qualità di vita: coltivazione, caccia, pesca, addomesticamento, manifattura, tessitura, pianificazione urbanistica e una volta gettate le fondamenta materiali e spirituali per una civiltà più progredita, fiorirono anche le arti. La norma generale era la discendenza matrilineare, con la proprietà comune dei mezzi di produzione e la concezione del potere sociale come una responsabilità cooperativa. Veniva attribuito il massimo valore ai poteri di generazione, sostentamento e creazione, non di distruzione.

Ma poi arrivò il cambiamento, un cambiamento così grande da non poter venir paragonato a nessun altro evento dell’evoluzione culturale dell’uomo.

Dal V millennio a.C. circa 7000 anni fa, si cominciano a trovare testimonianze di quello che Mellaart definisce un modello di disgregamento delle antiche culture neolitiche del vicino Oriente. I resti archeologici, a partire da quest’epoca, indicano chiari segni di pressione in molti territori, ci sono tracce di invasioni da parte di tribù di pastori guerrieri, di catastrofi naturali, a volte di entrambi, che causano distruzione e disordini su larga scala. S’instaura gradualmente un periodo di regressione e stagnazione culturale, durante questo periodo di caos crescente lo sviluppo della civiltà giunge a un punto morto; ci vorranno altri duemila anni prima che la civiltà sumera ed egizia facciano la loro comparsa.

Anche nell’Antica Europa l’interruzione fisica e culturale delle società neolitiche che adoravano la Dea comincia nel I millenni a.C. con quelle che la Gijmbutas definisce ondate migratorie di popoli Kurgan pastori delle steppe. Queste incursioni ripetute, gli shock culturali, i mutamenti della popolazione, (le catastrofi naturali), si concentrarono in tre spinte, 4300-4200 a.c., 3400-3200 a.c.; 300-2800 a.c.(date determinate con la dendrocronologia).

I Kurgan appartengono al ceppo linguistico che gli studiosi definiscono indoeuropeo o ariano, un tipo che in epoca moderna sarà idealizzato da Nietzsche e da Hitler, come l’unica razza pura d’Europa. In realtà essi non erano autenticamente europei, poiché si riversarono in questo continente provenendo dal Nord-est asiatico ed europeo. Né erano autenticamente indiani, poiché in India vivevano i Dravidi e gli Ariani. Ma il termine indoeuropeo è rimasto, esso indica una lunga serie di invasioni di polazioni nomadi provenienti dal nord dell’Asia e dell’Europa. Erano governati da potenti sacerdoti e guerrieri, portavano con sè i propri dei della guerra e delle montagne. E come gli Ariani in India, Ittiti e Mitanni nella Mezzaluna Fertile, Luvi in Anatolia, Kurgan in Europa, Achei e Dori in Grecia, imposero le loro ideologie e stili di vita sulle terre e i popoli che avevano conquistato.

C’erano anche altri invasori nomadi. I più famosi sono quelli che chiamiamo Ebrei, di stirpe semitica che provenivano dai deserti del Sud e invasero Canaan e la Palestina. I precetti morali che associamo sia al giudaismo che al cristianesimo e l’importanza che in molte chiese e sinagoghe moderne si dà alla pace, oggi oscurano il dato storico che in origine gli antichi Semiti erano un popolo bellicoso, governato da una casta di sacerdoti-guerrieri (la tribù dei Leviti di Mosè, Aronne, Giosuè). Come gli indoeuropei, anch’essi portarono con sè un dio fiero e iroso della guerra e delle montagne (Geova o Yahweh). E progressivamente, come leggiamo nella Bibbia, anch’essi imposero la loro ideologia e stile di vita ai popoli conquistati.

Ciò che sembra accomunare con certezza questi popoli di luoghi ed epoche così diversi è la struttura dei loro sistemi sociali ed ideologici. La caratteristica comune era un modello dominatore dell’organizzazione sociale, un sistema sociale in cui il dominio maschile, la violenza maschile, la gerarchia, l’autorità, la tecnologia finalizzata all’arricchimento e all’accumulo da parte dei più forti e alla distruzione dei sottomessi.

Sembra che la metallurgia del bronzo e del rame abbiano radicalmente cambiato il corso dell’evoluzione culturale in Europa e Asia minore, ma ciò che determinò questi mutamenti radicali non fu la scoperta di quei metalli, ma l’uso che ne venne fatto. Secondo il paradigma prevalente tutte le importanti scoperte tecnologiche debbono essere state fatte dall’ ”uomo cacciatore o guerriero” per migliorare la propria efficienza letale; perciò si è supposto che i metalli fossero usati innanzitutto e soprattutto per le armi. Tuttavia le testimonianze archeologiche ci hanno dimostrato che il rame e l’oro erano già usati nel Neolitico per scopi religiosi, artistici e anche pratici.

Le tecnologie distruttive non erano priorità sociali per i coltivatori del neolitico europeo, ma lo erano per le orde guerriere che invasero, e fu in questo momento critico che i metalli svolsero il loro ruolo letale nel determinare la storia dell’umanità, non come mezzi per un generale progresso tecnologico, ma come armi per uccidere, saccheggiare, asservire. Sembra indiscutibile che la guerra sia stata uno strumento essenziale per sostituire il modello mutuale con quello dominatore. E la guerra, con altre forme di violenza sociale, ha continuato a svolgere un ruolo fondamentale nel deviare la nostra evoluzione culturale da un indirizzo mutuale a uno dominatore.

Gli isolati periferici, cioè i popoli di pastori che vivevano nelle zone più impervie del globo, steppe e deserti, non erano una specie differente, erano sempre esseri umani, ma organizzati secondo valori sociali differenti. Interrompendo un lungo periodo di sviluppo costante guidato da un modello mutuale, essi portarono con sè un sistema di organizzazione sociale totalmente diverso. Alla base di esso c’era il valore del potere che toglie la vita, invece di quello che la dà. Il potere simboleggiato dalla spada maschile che, come mostrano le incisioni nelle prime caverne Kurgan, essi adoravano in una società governata da dei e uomini guerrieri dove questo era il potere supremo.

Con la comparsa di questi popoli, e non come si dice talvolta con la scoperta da parte dei maschi del proprio ruolo nella procreazione, la Dea e le Donne vennero ridotte al ruolo di consorti, concubine, schiave dell’uomo. Gradualmente il dominio maschile, l’aggressività e l’asservimento delle donne e degli uomini più miti divennero la norma.

Le rappresentazioni di armi, incise su roccia, stele e pietre, che cominciano ad apparire soltanto dopo le invasioni kurgan, le prime immagini che si conoscevano di dei-guerrieri indoeuropei, sono immagini astratte, in cui il dio viene rappresentato esclusivamente tramite le sue armi, o insieme alle armi, alla collana, all’animale divino cioè un cavallo o un cervo maschio, oppure alle corna o da un sole al posto della testa, o da asce e alabarde al posto delle braccia. Questa serie di immagini formano un corpus di concetti astratti (non più basati sulla natura), sotto cui asservirsi e asservire, le armi rappresentavano i poteri e le funzioni del dio e venivano adorate come rappresentazioni del dio stesso; la sacralità dell’arma è ben evidenziata in tutte le religioni indoeuropee.

Questa idealizzazione dell’arma era accompagnata da un modo di vita che contemplava l’uccisione sistematica di altri esseri umani, la distruzione e il saccheggio dei loro averi e l’asservimento e lo sfruttamento delle loro persone. Ci furono innovazioni radicali nelle pratiche di sepoltura e nella pianificazione degli insediamenti .Cominciano ad apparire abitazioni più sontuose a differenza di altre più povere, le tombe dei capi dove venivano uccisi e sepolti insieme al capo,alla sua morte, tutta la sua famiglia e i suoi servitori, le sue ricchezze; mura e fortificazioni, le acropoli o i forti su collina sostituirono i vecchi insediamenti privi di mura. Le conquiste armate non solo troncarono l’evoluzione delle prime società ma le trasformarono, ci fu una distruzione di case, templi, opere d’arte e manufatti oltre che massacri.

Come risultato si avviarono reazioni a catena di mutamenti di popolazione. Iniziarono a crearsi le culture ibride, basate sulla sottomissione dei rimanenti gruppi e sulla loro rapida assimilazione all’economia pastorale, gerarchica, patrilineare. Si verificò una devastazione fisica e un impoverimento culturale; le costruzioni simboliche che sostengono, e rappresentano le strutture sociali imperniarono i loro valori sulla legge del più forte e sulla struttura gerarchica, attraverso una strategia di annientamento e di assorbimento ideologico o cooptazione dei simboli (cioè appropriazione da parte dei dominatori della simbologia dei dominati, loro completo ribaltamento o adattamento alle nuove concezioni dominanti). La storia della civiltà, dello sviluppo e delle tecnologie sociali e materiali più avanzate, entra ormai nel familiare e sanguinoso periodo che va dai sumeri ad oggi.

III- LA REALTA’ DELLA COOPTAZIONE, L’EVIDENZA DELLA TENTATA RIAFFERMAZIONE DELLE CONCEZIONI MUTUALI IN EPOCHE DIVERSE E UNA PROPOSTA DAL PASSATO REMOTO PER IL PRESENTE ED IL FUTURO: LA PARTNERSHIP COME ALTERNATIVA ALLA DOMINANZA-

Nonostante l’autorevolezza delle nuove ricerche, della nuova archeologia, il contributo della sociologia e dell’antropologia, questa mole davvero ingente di nuove conoscenze su millenni di storia umana, contraddice a tal punto tutto quanto ci è stato insegnato che nelle nostre menti tende ad imprimersi in maniera flebile o a lasciare una fugace impressione di eccitazione e speranza; implacabilmente la forza di un indottrinamento di secoli lavora per scalzarla.

Ci troviamo nella difficoltà di credere all’evidenza poiché essa sovverte ciò a cui siamo abituati a credere (senza capire) siccome non siamo abituati a considerare la storia nei termini di un paradigma mutuale o dominatore della società che condiziona il nostro passato, presente e futuro, è per noi difficile comprendere il profondo effetto che questi due modelli hanno avuto sulla nostra evoluzione culturale. Non siamo abituati al confronto e vediamo la realtà come monotematica, pensiamo che ci sia una sola possibilità.

E’ opinione diffusa che i fatti di sangue avvenuti a partire dai tempi dei Sumeri a oggi siano soltanto uno stadio malaugurato, ma inevitabile del progresso tecnologico e culturale. Le popolazioni esistite prima dell’epoca storica sarebbero “selvagge” e la guerra e i conflitti di interesse sarebbero stati necessari per incentivare ogni progresso tecnologico e culturale.

Tuttavia i dati che stiamo analizzando insieme a molti altri miti e leggende, ci rivelano la stessa verità degli scavi archeologici, cioè che uno dei segreti meglio conservati della storia è che tutte le tecnologie sociali e materiali, fondamentali per la civiltà sono state sviluppate prima dell’imposizione di una società dominatore. I principi della produzione alimentare, le costruzioni, i contenitori, l’abbigliamento, l’uso di risorse naturali come legno, fibre, cuoio, metalli; le leggi, il governo, la religione,il commercio su terra e su mare, l’amministrazione, l’educazione, le arti, le pratiche magiche e medianiche, la scrittura e la simbologia (soprattutto legate alle pratiche oracolari), la religione e la mitologia, risalgono tutte al periodo del neolitico.

Inoltre in queste società gli uomini e le donne avevano la partecipazione attiva e la direzione dello sviluppo e dello sfruttamento delle tecnologie materiali e spirituali erano competenti, indipendenti, creativi, attivi essi avevano la possibilità grazie alle condizioni reali, materiali, spirituali, psicologiche e sociali di interiorizzare un’immagine di sè positiva ed equilibrata. Questa possibilità era valida sia per gli uomini che per le donne grazie all’equilibrio e ai concetti diffusi di mutualità e ciò permetteva di sviluppare un modello evolutivo alternativo.

Sembra che il ruolo principale nell’evoluzione della nostra specie sia stato svolto dalla “donna raccoglitrice” e non dall’ ”uomo cacciatore”. I figli che avevano madri sufficientemente intelligenti per trovare, raccogliere e dividere cibo a sufficienza con loro sopravvivevano e imparavano a fare lo stesso e si riproducevano.

Tutte queste informazioni sul nostro passato perduto scatenano inevitabilmente nelle nostre menti un conflitto tra vecchio e nuovo; la vecchia concezione è che i primi rapporti di parentela ed economici fossero stati sviluppati da uomini che cacciavano e uccidevano, la nuova è che le fondamenta dell’organizzazione sociale furono poste da madri e figli che condividevano. Una vecchia storia dell’uomo cacciatore-guerriero e una nuova di uomini e donne che utilizzavano concordemente le capacità di sostenere e migliorare la vita.

Secondo la nuova concezione dell’evoluzione culturale, il dominio maschile, la violenza maschile e l’autoritarismo non sono inevitabili, fissati per l’eternità. Un mondo pacifico ed egualitario non è soltanto un sogno utopistico è una possibilità per il nostro futuro. Dalle società del neolitico non abbiamo ereditato solamente l’affascinante ricordo di un’epoca in cui l’albero della vita e l’albero della conoscenza erano considerati doni di madre natura, destinati tanto agli uomini quanto alle donne. Come abbiamo visto, da queste prime società di tipo mutuale abbiamo ereditato le tecnologie fondamentali grazie alle quali si è costruita la successiva civiltà. Ciò non significa che fossero civiltà ideali, anche se diedero un contributo enorme alla cultura umana e vennero in seguito ricordate come un’epoca migliore esse non erano civiltà utopistiche.E’importante sottolineare che una società pacifica non implica una totale assenza di violenza.

Quanto possiamo dedurre, grazie alle testimonianze sulla particolare forma mentis di quest’epoca antica, ci aiuta a valutarne i dati positivi e negativi. L’arte neolitica più che una visione del mondo irrazionale ne riflette una pre-razionale, frutto di una mente caratterizzata da una coscienza intuitiva, mistica. Da questa prospettiva la ricerca contemporanea di un’antica spiritualità perduta può essere considerata sotto una luce nuova e proficua. La ricerca di una saggezza mistica appartenente al passato, che oggi tante persone perseguono, è la ricerca del tipo di spiritualità caratteristico di una società a modello mutuale.

Anche il fatto che l’antica società considerasse i poteri che governano l’universo come quelli di una madre che dona e nutre è più rassicurante psicologicamente e induce meno ansia e tensione sociale rispetto all’idea di divinità maschili punitive che ossessiona tuttora buona parte del globo.

Come molti altri aspetti della storia che diversamente apparirebbero sconcertanti. la tenacia nell’asserire anche confusamente e sotto diversi aspetti, il bisogno di unità e gestione mutuale della realtà mostra quanto profondo sia questo bisogno negli individui.

E’ difficile accettare il cambiamento, esso fa paura sia psicologicamente che socialmente e politicamente; è tanto difficile occuparsene anche perchè costituisce una notevole minaccia per il sistema dominante e si sono fatti sforzi massicci per nascondere la realtà attraverso dinamiche di soppressione e cooptazione dell’informazione. Gli sforzi degli intellettuali o di coloro che avevano interessi particolari per conformare la realtà a una visione del mondo di tipo dominatore iniziano fin dalla preistoria; sicuramente lo strumento principale del drammatico mutamento della nostra evoluzione culturale fu la spada, ma anche la penna.

Dopo migliaia di anni di incessante indottrinamento, la realtà che abbiamo ereditato è semplicemente lo stato delle cose. Ci fu un processo per cui la mente umana, a volte brutalmente, a volte in modo sottile, a volte deliberatamente, a volte inconsapevolmente fu rimodellata nel nuovo tipo di mente richiesta dal modello dominatore.

I simboli sono costruzioni concettuali che oltre a sottendere e rappresentare una realtà possono anche essere distorti e strumentalizzati per legittimare nuovi poteri.

Spesso i deliberati capovolgimenti della precedente concezione della realtà furono espedienti politici.

Ritornando alle invasioni indoeuropee o dei pastori guerrieri in Occidente e Oriente, nella Bibbia ad es. leggiamo di come intere città venissero sistematicamente distrutte e le opere d’arte con le immagini sacre dei conquistati (gli “idoli pagani”) fuse in monete. I nuovi dominatori adottarono in parte i valori, le tecnologie e gli stili di vita, creando un ibrido di forme e un’alterazione di contenuti. Dopo ogni ondata dio invasioni si riaffermava l’impulso verso una maggiore raffinatezza e complessità tecnologica e culturale, riprendeva il corso ininterrotto della civiltà, ma questa aveva ormai preso una direzione differente. Se gli uomini al vertice volevano mantenere le proprie posizioni di dominio c’era un aspetto della cultura precedente che non poteva essere assorbito, cioè l’essenza fondamentalmente pacifica, sessualmente e socialmente ugualitaria del precedente modello sociale mutuale. Far continuare i due sistemi, quello dominatore sovrapposto al precedente mutuale,, comportava il rischio che quello più antico, con il fascino che esercitava sulla gente assetata di pace e di libertà potesse riemergere. Per consolidare il dominio delle nuove elite al potere era necessario che le donne fossero private delle loro facoltà decisionali, le sacerdotesse dell’autorità spirituale; la patrilinearità sostituire la matrilinearità, insieme ad una stretta gerarchizzazione e all’idealizzazione di uomini forti, onorati e ricompensati per la conquista e il saccheggio. Così avvenne nell’Antica Europa, in Anatolia, in Mesopotamia e a Canaan. La Dea venne trasformata in una divinità marziale (come ad es. Atena o Isthar) o venne narrata la sua sottomissione, uccisione, umiliazione, stupro in testi o immagini completamente assenti nell’iconografia più antica e la storia iniziò ad essere scritta secondo un punto di vista androcentrico.

Anche nella Bibbia i profeti Esdra, Osea, Neemia, Geremia si scagliano contro l’ ”abominio” del culto di altri dei. Sono particolarmente scandalizzati da coloro che adorano la “Regina del Cielo” e la loro ira più tremenda si scaglia contro le “Figlie di Gerusalemme” che comprensibilmente stavano “ricadendo nel peccato” di credenze in cui gli uomini non monopolizzavano ogni autorità temporale e spirituale. Ma a parte simili passaggi occasionali, sempre denigratori, non si fa alcun accenno all’esistenza o alla possibilità di una divinità che non sia maschile. Se leggiamo la Bibbia come letteratura sociale normativa è assolutamente rivelatrice del tipo di ordine sociale che si sforzarono di istituire e conservare gli uomini che nel corso dei secoli (in tutte le culture) scrissero e riscrissero questo documento. Con questo non si vuole dire che la Bibbia non contenga importanti verità mistiche o precetti etici, ma troppo spesso si è guardato alla validità del percorso mistico insito nel cattolicesimo (e in altre religioni) prescindendo dagli altri aspetti o dalle ripercussioni sul sistema socio-economico e culturale.

Come abbiamo visto nel racconto di Genesi su come Adamo ed Eva siano condannati in eterno per avere disubbidito a Geova, che aveva ordinato loro di tenersi alla larga dall’albero della conoscenza, qualsiasi ribellione contro l’autorità della classe sacerdotale maschile al potere era peccato. Sia l’autoritarismo che il dominio maschile venivano ampiamente giustificati con gli stessi precetti che i moderni totalitaristi, effettivi o potenziali, appartengano essi alla destra teistica o alla sinistra atea, continuano a predicare ai loro seguaci di non pensare, di accettare ciò che è, ciò che l’autorità dice che è vero. Non usare l’intelligenza, la mente, ma affidarsi ad una fede cieca e acritica. Mentre nella Bibbia la disubbidienza all’autorità e la ricerca di una conoscenza imparziale della verità e del bene e del male vengono fatte apparire come il più abominevole dei delitti, generalmente viene perdonato il crimine di uccidere e rendere schiavi i propri simili, di distruggere e impossessarsi delle loro proprietà, umiliare, sfruttare, vendere, schiavizzare le donne, sacrificare i figli. E persino l’omicidio premeditato di un fratello da parte dell’altro non è una colpa grave come quella di mangiare dall’albero della conoscenza. Infatti l’umanità non viene condannata alla sofferenza eterna per l’uccisione di Abele per mano del fratello Caino, ma perchè Eva, di sua iniziativa e senza autorizzazione assaggiò il frutto della conoscenza. Mentre lo spargimento dio sangue in guerre, in punizioni brutali, in sacrifici e nell’esercizio dell’autorità praticamente assoluta dell’uomo su donne e bambini diviene la norma e l’atto di dare la vita diventa impuro.

E così prima in Mesopotamia e a Canaan, poi nelle teocrazie di Giudea e Israele, la guerra, il governo dispotico e la sottomissione delle donne divennero parte integrante della nuova società dominatore e della sua morale. Come in Grecia la riformulazione dei miti e delle divinità (ad es. in opere come l’Orestiade), come in Europa l’immissione delle divinità indoeuropee (divinità germaniche della guerra come Thor ecc) continuarono a trasformare il panorama di pensiero e di azione.

Spesso abbiamo l’impressione o crediamo che non esistesse una civiltà europea anteriore e che prima degli invasori indoeuropei l’Europa fosse abitata da popoli selvaggi, privi di cultura o da nessuno o che tutta la nostra tradizione sia stata “importata” . Si trascura completamente di avviare uno studio approfondito delle tradizioni autoctone dell’Europa Antica. Studio che si rivelerebbe profondamente fondamentale per la comprensione delle nostre più vere tradizioni.

Il nucleo ideologico di una società più pacifica e ugualitaria non è del tutto scomparso nei secoli. La concezione della Dea e della Donna vista come simbolo non solo della resurrezione o rigenerazione della morte nella vita, ma anche dell’illuminazione della coscienza umana per mezzo della rivelazione divina si ritrova in diverse fonti. Negli antichi riti misterici la Dea rappresentava il potere della trasformazione fisica della divinità come ruota che gira, nella sua totalità apportatrice di vita e di morte. Ma essa era anche il simbolo della trasformazione spirituale, la forza del centro, che all’interno del ciclo procede verso la coscienza e la conoscenza, la trasformazione e l’illuminazione, da tempo immemorabile le mete più alte dell’umanità.

Anche se questi concetti non sono più quelli maggiormente diffusi ne resta un’eco, l’antica mente lotta nei secoli per affermarsi. Vediamo nel corso della storia dei tentativi di riformulare e riaffermare le concezioni mutuali come nucleo ideologico e/o pratico. Successivamente a questi periodi notiamo come ne seguano altri di fortissima repressione, distruzione, cooptazione, ripresa di assolutismo, violenza, totalitarismo.

Volendo stabilire un percorso che l’onda sotterranea più o meno consapevole delle concezioni mutuali ha percorso nella storia ad es. della Civilta Europea, nella cultura, nella letterature, nella religione possiamo abbozzare questo grafico: Creta, Delfi, Eleusi e la Grecia prima degli Achei; l’epoca Etrusca e le popolazioni autoctone prima della formazione dell’Impero Romano; l’alto medioevo e l’epoca delle tradizioni orali (Anon) in cui possiamo comprendere l’epoca travagliata dell’Artù storico (anch’essa fulcro del conflitto tra le società delle popolazioni locali più tendenti alla partnership e a culti gilanici e le invasioni di popolazioni bellicose come gli angli e i sassoni, anche se in un’epoca già più caratterizzata dall’androcrazia); l’epoca cortese (in cui si tenta una formulazione di amor cortese e di rapporti più caratterizzati da una nobiltà di spirito, e proprio qui vi è la riscoperta del materiale arturiano ,che purtroppo viene intaccato nella sua originalità e cooptato volontariamente o interpretato involontariamente da autori come Cretien de Toyes, Goffredo di Monmouth ecc.); l’eresie dei Catari e di alcuni gruppi Templari; l’epoca Elisabettiane e il Teatro di Shakeaspeare (riscoperta e rielaborazione del materiale archetipico, di immagini, di figure, di personaggi, di storie appartenenti al background antico); l’epoca della Preziosità in Francia (1700 analoghe riscoperte di purezza di costumi e sentimenti sul genere amor cortese); una certa parte del Romanticismo (Shelley, Wordsworth ecc, riscoperta delle origini, umanitarismo, panteismo, anche se in seguito molto fu strumentalizzato nuovamente per l’esaltazione dell’eroe); la letteratura al femminile nell’800 e nel vittorianesimo (Bronte, Dickinson, G.Eliot, ecc); iPre-Rafaeliti, nel modernismo l’opera degli artisti di Bloomsbury, Virginia Woolf, ma anche E.M.Forster, il primo Eliot e la ricerca novecentesca sul mito, fino se vogliamo alle contemporanee formulazioni di un’Età dell’Acquario.

In tutti questi secoli, non tutti gli artisti, i filosofi e gli ideologi, come anche gli uomini e le donne comuni riuscirono sempre ad elevare le loro concezioni al di sopra del conflitto tra interiorità (comprensione degli aspetti della partnership) ed esteriorità o contesto (caratterizzati dal modello della dominanza) ed arrivare quindi a donare delle chiare formulazioni teoriche o delle opere d’arte liberamente espressive.

Un aspetto molto importante, anch’esso tendente a riemergere, presente nelle religioni del neolitico, nelle religioni misteriche come i riti eleusini, nei Pre-Socratici, negli Orfici, in Platone,nelle dottrine gnostiche e anche nella prima dottrina di Gesù (scevra dalle successive interpretazioni apostoliche e cattoliche) che ebbe ed ha forti risonanze sulla mitologia, sugli archetipi, sulla letteratura europea (contenuto nelle opere artistiche di maggior rilievo e nei momenti di ripresa gilanica) e presentissimo anche in quelle orientali (egizie ecc.) e quello della ierogamia, o nozze mistiche, o matrimonio degli opposti.

La tensione degli opposti, la dinamicità della natura e il suo rinnovamento periodico negli apparenti opposti di maschile e femminile, nascita e morte, senza l’unità, la compenetrazione rituale ed effettiva dei due poli (masc. e femm.) non si può raggiungere l’unità mistica.

Percorso mistico e santo sicuramente diverso, non monco né tanto meno incentrato sull’auto-umilazione, la sofferenza, l’esaltazione della pena del cristianesimo medievale o seicentesco. Seppur anche in questi contesti spiriti elevati quali S. Francesco, S. Chiara, S. Caterina da Siena o S. Teresa d’Avila ci abbiano dimostrato quanto la volontà e la grandezza dell’animo umano riescano a trascendere il contesto o lo stesso percorso proposto da una religione che chiede un’identificazione e un cammino a senso unico ( identificazione in una trinità maschile, percorso del pellegrino dal basso verso l’alto, punto di vista gerarchico che considera la vita sulla terra e la materialità inferiori e non complementari all’altezza dello spirito).

Nonostante secoli di proibizioni, concetti quali il matrimonio degli opposti o lo stesso culto della dea, sotto forma di culto della Vergine Santa o Madre di Dio o delle varie Madonne sono sopravvissuti.

Come Horus e Osiride, come Helios e Dionisio, come molto prima di questi il giovane dio di Catal Huyuk e come la giovane dea Persefone o Kore negli antichi misteri Eleusini, anche Gesù è figlio di una Madre divina. Egli è in effetti ancora il figlio della Dea, e come i precedenti figli divini, rappresenta la rigenerazione della natura tramite la sua resurrezione che avviene ogni primavera, a Pasqua. Proprio come il figlio della dea era anche il suo consorte, anche nella mitologia cristiana Cristo è lo sposo di Maria, Madre Chiesa. Il fonte battesimale o calice,, così importante nei riti cristiani, è ancora l’antico simbolo femminile del contenitore di vita e il Battesimo rappresenta il ritorno all’utero misterioso della Grande Madre e alla sua acqua di vita. Il periodo del Natale era il periodo in cui nell’antichità si celebrava il solstizio d’inverno, giorno in cui la Dea fa nascere il sole tra il21 e il24 dicembre; tra il 21dicembre e il 6 gennaio ancora in epoca romana venivano celebrate feste di nascita e rinnovamento. Nonostante queste somiglianze ci sono anche diversità fondamentali.

Nel pantheon ufficiale cristiano Maria è anche l’unica donna e viene considerata mortale prima di essere assunta in cielo. La madre si limita a far nascere il Cristo, è il Padre Divino a inviarlo sulla terra come capro espiatorio per emendare i peccati dell’uomo e per gli esseri umani che è venuto a salvare la cosa più importante non è il suo breve soggiorno in questa valle di lacrime, ma la sua morte, nonchè la promessa di una vita migliore dopo la morte, ma solo per quelli che ubbidiscono fedelmente ai comandamenti del padre. Per gli altri non c’è speranza neppure nella morte, solo tortura e dannazione eterna.

Al di là di queste formulazioni strumentali che ci hanno condizionato per secoli; ciò che va mantenuto integro è il valore del contributo del Cristo poiché anch’egli fu crocifisso come una vittima del sistema dominante, e il suo messaggio va riscoperto scevro dalle manipolazioni teoriche e strumentalizzazioni politico-sociali successive e deve restare il messaggio di amore e di unità che ci ha lasciato Cristo come uomo, come predicatore e praticante di amore e unità nell’universo cosmico e in quello materiale, perchè il suo sacrificio non sia invano.

Gesù proclamava l’uguaglianza spirituale di tutti gli esseri umani, gli scritti del Nuovo Testamento attribuiti ai discepoli Matteo, Marco, Luca e Giovanni, scritti anni dopo la morte di Gesù, sono scelti come testi principali del suo insegnamento, questi scritti sono permeati dal messaggio di uguaglianza spirituale di Gesù, la responsabilità reciproca, la compassione, la Gentilezza, l’amore. Se studiamo più attentamente ciò che Gesù insegnava e come diffondeva il suo messaggio ci rendiamo conto che la sua era una dottrina di una società mutuale.

Nelle prime comunità apostoliche uomini e donne vivevano e lavoravano praticando l’agape, l’amore fraterno. Apprendiamo dai Vangeli che è a Maria Maddalena che il Cristo si manifesta per la prima volta dopo la resurrezione chiedendole di annunciare la sua ascensione. Negli scritti del Nuovo Testamento ci sono importanti figure di donne cristiane (Tabita, Dorcade, Maria Maddalena, Marta, Maria,Anna, Priscilla; Cloe, Lidia ecc.); in Atti2:17 si trova l’esplicita designazione delle donne come profeti: “io spanderò il mio spirito sopra ogni carne, e profeteranno i vostri figli e le vostre figlie”. Nonostante le fortissime pressioni sociali del tempo per un rigido controllo maschile, nelle prime comunità cristiane le donne occupavano ruoli importanti.

Gesù ebreo nato in un periodo in cui il giudaismo era ancora a dominio maschile dimostrò un livello straordinariamente elevato di sensibilità e intelligenza, oltre che di coraggio nell’opporsi all’autorità istituita, mettendo a repentaglio la propria vita, schierandosi contro la crudeltà,l’oppressione e l’avidità per un mondo di compassione, responsabilità e amore. Il riconoscimento da parte di Gesù che la nostra evoluzione spirituale è stata frenata da un modo di organizzare i rapporti umani basato su una gerarchizzazione sostenuta dalla violenza avrebbe potuto portare a una radicale trasformazione sociale. Ma come in altri casi di rinascita gilanica, la resistenza del sistema era troppo forte e alla fine i Padri della Chiesa ci hanno lasciato un Nuovo Testamento in cui questa percezione viene nascosta dalla sovrapposizione di dogmi assolutamente contraddittori, necessari a giustificare la successiva struttura e le finalità androcratiche della chiesa.

Per capire la vera natura del cristianesimo antico è utile rivolgerci ai testi dei Vangeli Gnostici, dissotterrati nel 1945 in Egitto, lì nascosti a causa delle persecuzioni che a partire dal 200d.C. gli uomini che presero il controllo della chiesa ortodossa istituirono per poter definire una dottrina ortodossa.

Questi vangeli sono degli apostoli: Tommaso, Maria Maddalena, Verità, Filippo. Il termine gnosi significa conoscenza, il gruppo di cristiani gnostici crede che la verità suprema possa essere conosciuta da tutti senza mediazioni di gerarchie religiose, grazie a una disciplina religiosa e a una condotta di vita morale. Essi basavano le loro convinzioni sul principio di unione e sull’uguaglianza materiale e spirituale fra uomo e donna. Essi descrivevano e pregavano la Sacra Famiglia rivolgendosi sia a un Padre che a una Madre divini (“Da Te Padre, e grazie a Te Madre, i due nomi immortali, Genitori dell’Essere Divino e tu, che dimori nel cielo, Umanità dal Possente Nome”).

Sebbene la divinità sia essenzialmente indescrivibile, il divino può essere immaginato come una diade costituita dai due principi maschile e femminile; oppure androgino; oppure reputavano femminile lo Spirito Santo, cosicchè dall’unione del Padre con lo Spirito Santo o Madre Divina, derivava il Figlio, il Cristo Messia.

Tutte queste fonti, dottrine segrete, rivelazioni, insegnamenti mistici non sono tra quelle incluse nel Nuovo Testamento. Nei secoli la Chiesa dimostrò che la forza legittima il diritto morale e che il confronto non è accettato. A partire dal Concilio di Alessandria e dall’impero di Costantino, fino a tempi recenti, sotto l’alleanza tra la Chiesa e la classe al potere non soccombevano solo pagani, mitraisti, ebrei, devoti alle antiche religioni misteriche di Eleusi e Delfi, ai cristiani non ortodossi, ma la Chiesa continuava a sostenere che il proprio scopo era la diffusione della dottrina dell’amore di Gesù. Con i massacri delle Sante Crociate, delle cacce alle streghe, dell’Inquisizione, dei roghi di libri e di esseri umani, essa non diffondeva amore bensì i soliti prodotti dell’androcrazia: repressione, cancellazione, imposizione, morte.

Oggi la porta per uno studio olistico della società umana è soltanto socchiusa. Si è aperto uno spiraglio quando gli storici hanno cominciato a riconoscere che la documentazione della storia è stata molto selettiva, tipicamente scritta da/ per/ e sui gruppi storici dominanti.

Il pessimismo, la disillusione e il credere che l’essere umano sia malvagio in quanto tale sono atteggiamenti privi di utilità e fondamento se ci rendiamo conto che non è la natura umana, ma un modello dominatore della società a spingerci all’uso della tecnologia a fini distruttivi o ad una lotta alla sopravvivenza del più forte, ricco o potente. Non è tutto vano, non è “così che va il mondo” se capiamo che è questo sistema e non una legge divina o naturale inesorabile a esigere questo modus vivendi. Il problema non è degli uomini o delle donne, ma di come vengono educati in un sistema dominatore. Come hanno fatto notare molti scienziati, l’evoluzione non è predeterminata, fin dal principio siamo stati coautori della nostra evoluzione.

Certo il cambiamento procede a stento poiché mancano ancora i valori di governo e un sistema sociale che faccia da guida ad uno sviluppo costruttivo.

E’importante il nostro contributo quotidiano in un impegno costruttivo costante e da parte della Ricerca la riscoperta e la creazione di una massa critica di dati, immagini e miti necessari per la formazione di una coscienza collettiva in una scelta consapevole di quali tipi di miti e di simboli devono nutrire e guidare la nostra mente e la nostra azione.

Sia essa di destra o di sinistra, cristiana o musulmana la soluzione totalitaria non è nè più nè meno che un ammodernamento della soluzione androcratica. I suoi presupposti fondamentali sono il disprezzo per gli approcci effemminati, pacifici, la convinzione che l’ubbidienza agli ordini, divini o temporali che siano, costituisce una virtù suprema e un credo che a cominciare da maschi e femmine divide l’umanità in gruppi solidalki o antagonisti, destinati ad essere perennemente in guerra. Questa soluzione è stata ed è ancora accettata da tanta gente non perchè offra una risposta efficace ai problemi crescenti del mondo. La sua attrattiva deriva dal potere radicato dei simboli e dei miti androcratici. Infatti queste immagini, queste storie, continuano a inculcare nel nostro inconscio la paura che se ci allontaniamo dalle soluzioni androcratiche saremmo puniti sia in questa vita che nella prossima e che tutto il nostro mondo andrebbe a scatafascio.

Un’importante lezione che si deve trarre dall’ascesa del totalitarismo moderno è che sottovalutare il potere del mito può essere un errore fatale.

La psiche umana sembra avere il bisogno innato di un sistema di storie e simboli che ci riveli l’ordine dell’universo e ci dica qual’e il nostro ruolo al suo interno. E’ un desiderio di significato e di scopo apparentemente più potente di qualunque sistema logico o razionale.

Già da un secolo per la prima volta un così gran numero di donne e uomini di tutto il mondo stanno sfidando apertamente il modello dei rapporti umani maschio-dominatore/femmina-dominato, oltre che a denunciare l’idea di guerra e guerra dei sessi come una conseguenza di questo modello, si sfida anche un’altro suo effetto quello di considerare il diverso come un nemico. E soprattutto c’è una crescente consapevolezza che la nuova e maggiore coscienza della nostra mutualità globale dipende da un riesame e da una trasformazione fondamentale dei ruoli sia dell’uomo che della donna per iniziare finalmente a sperimentare cosa può significare vivere come esseri umani.

RIANE EISLER

www.rianeeisler.com

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